Humanitas, ossia come essere umani.

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In epoca antica, secoli prima che la morale fosse una mera deduzione dai principi religiosi, la civiltà romana si cimentò nell’impresa di forgiare un sistema etico che potesse essere riconosciuto universalmente come giusto e applicabile da ogni essere umano. La ricerca dei principi fondamentali della morale attinse sia dalla filosofia greca che dai costumi e dalle tradizioni mitiche della Roma delle origini, e diede origine al concetto di humanitas (letteralmente ciò che è umano), ossia ciò che rende l’uomo davvero uomo e lo distingue dalla bestia.

L‘humanitas come insieme di virtù e precetti non è affatto un’idea ben definita o strutturata, e anzi fu oggetto di dibattito presso i maggiori intellettuali latini, da Cicerone a Seneca, da Catone a Orazio. Tuttavia studiarne l’evoluzione nel pensiero di tali grandi figure non solo è utile per comprendere l’influenza che i suddetti hanno avuto nei 2000 anni a seguire, ma è anche estremamente interessante per una mente del XXI secolo, essendo paradossalmente un concetto così antico un’alternativa molto nuova e attuale ai conformismi dei giorni nostri, dove sempre più essere umani è un atto rivoluzionario.

Il Circolo degli Scipioni
Possiamo ricondurre una prima elaborazione del concetto di humanitas al Circolo degli Scipioni, un gruppo di intellettuali di età repubblicana che si riunivano intorno alla nobile famiglia degli Scipioni. Tali intellettuali, che comprendevano filosofi stoici come Panezio, storici come Polibio, e letterati  come Terenzio, erano accomunati da un forte interesse nella ricca e raffinata cultura greca, che proprio grazie a loro stava cominciando a conquistare Roma, nonostante il disaccordo con i valori del mos maiorum del quale parleremo in seguito.
Fu proprio il commediografo Terenzio (190-159 a.C.) che nella sua opera Heautontimorumenos (Il punitore di se stesso) ci presenta la frase che forse più di ogni altra riassume l’essenza dell’humanitas:

Homo sum, nihil humani a me alienum puto

“Sono un uomo, non reputo niente che sia umano come estraneo a me”

Si riconosce quindi nell’humanitas l’ideale di derivazione greca della filantropia (amore per l’uomo e quindi per il prossimo), che si configura nelle virtù stoiche di empatia, compassione e amicizia.

L’opposizione dei conservatori
All’ellenizzazione dei costumi si opposero fortemente i Romani più conservatori, il cui campione fu certamente Catone il Censore (234-149 a.C.). Egli vedeva la cultura greca come una minaccia all’integrità morale della sua gente, e oppose una netta resistenza all’infiltrazione dei costumi greci a Roma, proponendo come alternativa un sentito ritorno ai valori del mos maiorum (i costumi degli antenati), che costituivano un sistema morale fondato sulla virtù. In particolare le virtù dell’autentico uomo romano erano: la pietas (fedeltà e rispetto per gli dei e il loro volere), la dignitas (simile alla moderna idea di dignità e pudore), la gravitas (solennità), l’integritas (integrità morale) e la frugalitas (ripudio per i lussi e tutto ciò che non è necessario).

Cicerone e il sincretismo
Successivamente gli studiosi Romani accettarono il valore degli insegnamenti Greci, senza però mai abbandonare l’ideale arcaico dell’aderenza al mos maiorum, ma anzi tentando di enfatizzare i punti di incontro tra i due sistemi morali, senza porli in contrasto. Il protagonista di tale progetto sincretico fu senza dubbio Cicerone (106-43 a.C.), il quale aggiunse all’insieme delle virtù latine antiche la virtù greca di paideia, traducibile come amore e studio della la cultura. Tale attività era infatti ritenuta necessaria dall’Arpinate per lo sviluppo e la crescita dell’individuo, con il fine del miglioramento sia dell’attività letteraria e intellettuale (otium) che dell’attività politica (negotium), entrambe ritenute egualmente importanti e anzi complementari.
In particolare Aulo Gellio (125-180 d.C.) definirà la paideia come istruzione ed educazione nelle buone discipline (“eruditio et institutio in bonas artes”) e dichiarerà:

quas qui percupiunt adpetuntque, hi sunt vei maxime humanissimi

“coloro che sono attratti [dalle discipline letterarie], questi sono massimamente umanissimi”

Conclusione
La conclusione è lasciata al lettore. Possiamo davvero noi oggi definirci umani? Senza scadere nello stereotipo e nella demagogia, viviamo noi in una società composta da umani o da contenitori artificiali di informazioni, programmati dall’ideologia per compiere il nostro dovere di funzionare in un meccanismo del quale spesso ignoriamo l’esistenza? Per conoscere la risposta i criteri ci sono forniti dai grandi giganti sulle cui spalle noi poggiamo, ma ora occorre guardarci attorno, e soprattutto guardarci dentro, e se la risposta dovesse essere negativa, ci conviene al più presto diventare il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo, diventare umani.

– Riccardo Costantini.

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