Sulla purezza

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La purezza è in ultima analisi il valore più sommo e alto della nostra civiltà, l’ideale più ideale, e infatti è anche il traguardo più utopico e impossibile da raggiungere.

Non è difficile scorgere nella nostra storia il continuo desiderio di un ritorno al candore primordiale, che si configura per fare alcuni esempi nei miti dell’Età dell’Oro della cultura classica o del Giardino dell’Eden di Ebraismo e Cristianesimo, ma anche nello “stato di natura” del filosofo Rousseau come nella figura del fanciullino nella poetica di Pascoli, in cui l’uomo adulto aveva il compito di dare voce attraverso la poesia al proprio fanciullino interiore, ovvero alle proprie facoltà intuitive e analogiche, tipiche di un’età innocente e pura come la fanciullezza, esaltata dal poeta romagnolo come età di
primato gnoseologico e morale.
E d’altronde l’intera storia della nostra civiltà è accompagnata da un’ansia di rigenerazione: da sempre si è cercata una via di salvezza dalla dannazione del mondo terreno e corrotto per un ritorno alla purezza, affidando ad un singolo il compito di salvare l’umanità intera (si pensi a Gesù Cristo come al puer della IV ecloga delle Bucoliche virgiliane, o più recentemente al mito new age dei bambini indaco), o aspettando invano l’avvento di una nuova era (nelle eresie del tipo di quella di Gioacchino da Fiore come nei più recenti culti dell’Età dell’Acquario).

Una volta riconosciuta l’importanza attribuita alla purezza occorre chiedersi: come mai essa è tanto stimata da noi occidentali? Perché si arriva a tal punto da credere che tutta la sapienza posseduta dal più sapiente dei sapienti non valga l’abilità di poter osservare il mondo con gli occhi di un bambino (convinzione questa condivisa sia dalla maggioranza dei moderni che da Nietzsche, quando afferma che il fanciullo con il suo riso spensierato sia ciò che più si avvicina all’Übermensch e alla sua accettazione della realtà)?
Ritengo che per ricercare le cause del primato assiologico della purezza occorra considerarla come il contrario di qualcos’altro, e mi sembra altresì evidente che la purezza sia il contrario della conoscenza. In effetti abbiamo detto che la purezza è una qualità dell’infanzia, e più un bambino è piccolo e più è puro, poiché ignora più cose del mondo che lo circonda. “Omnia munda mundis” (Tutto è puro ai puri) sosteneva San Paolo, e infatti è ritenuto puro di mente chi spesso ignora le malignità e malizie del mondo materiale. Insomma più si progredisce nella conoscenza del mondo, più la purezza e il candore passati si allontanano: quando la conoscenza delle cose aumenta, la
purezza diminuisce.
Il valore attribuito alla purezza risulta quindi inevitabilmente essere sintomo del ripudio verso la conoscenza delle cose, e cioè del rifiuto del mondo che è condiviso, sia apertamente che nascostamente, dalla maggior parte degli uomini. La ricerca della purezza e della salvazione non è altro che una ricerca di una via di fuga dal mondo maligno e indifferente nei nostri confronti, verso un aldilà al quale riteniamo di appartenere.
A pensarci bene questa conclusione ci è anche suggerita dal mito di Adamo ed Eva: i due antenati hanno perso la loro purezza e si sono vergognati di essere nudi quando hanno assaggiato il frutto dell’Albero della Conoscenza. E allora si può anche suggerire che a noi uomini, loro progenie costretta ad assaggiare il frutto proibito, esso sia rimasto ancora un boccone indigesto, e stia ancora nel nostro stomaco, a marcire causandoci nausea e disgusto verso la realtà che ci sta davanti e tutt’intorno.

Individuate le cause del nostro amore per la purezza si apre ora una nuova questione: dobbiamo noi ora continuare a perseverare nel vano tentativo di tornare a un passato di incoscienza e purezza, o dobbiamo cercare di digerire il frutto dell’Eden, di raggiungere non la fanciullezza passata, ma la maturità futura? E se scegliamo di percorrere il secondo sentiero, finora poco battuto, in che modo possiamo raggiungere la nostra meta?

– Riccardo Costantini

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