Tredici Aprile.

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La collina è come un masso muscoso appoggiato sul mare. Annebbiato dal fumo del fuoco sulle sterpaglie. Opaco verde-grigio. Anche i vestiti affumicati sono verdi, bianchi, blu, acquamarino. Le scie enormi e sfumate degli aeroplani  traversano da parte a parte il cielo. Ci sono gli schizzi e gli orli di schiuma sul mare, contro la roccia. C’è l’ultimo scoglio, come il muso di una tartaruga addormentata. La musica delle onde, un fragore insopportabile, una melodia conciliante. L’orizzonte tirato a filo, potrebbe spezzarsi se si tende troppo. Ma ora non c’è pericolo, perché l’aria è umida e confonde i contorni.
C’è definizione nelle odine più minuscole un attimo prima che si fondano insieme, nelle impronte lucide lasciate dalla marea, nelle foglie allungate e appuntite della yucca, immobili nella sera, e nelle ali di piccoli uccelli neri che battono ritmicamente il cielo. C’è caos nei turbini di moschini impazziti, nel fumo bianco, nell’azzurro indistinto dell’aria, nei muri rosa stinto di questo balconcino.
Un gabbiano fa la spola dalla spiaggia al tetto della casa, un altro plana silenzioso sul golfo, lo abbraccia nel suo volo bianco, e finalmente, quando il vento non lo sorregge più, batte frenetico le ali per portarsi più in alto.
Speriamo solo che il profumo del mare resti attaccato alla pelle, a tenermi compagnia in attesa dell’estate.

– Agata

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