Imprigionat* // mixtape

Attenzione: prendere con ironia (tanta).

Musica per quando ti senti un vero uomo e sei in camera tua a lavorare da tutto il pomeriggio (anche se le cose da fare incombono minacciose su di te) su quel muscolo completamente inutile ma che a parer tuo (e probabilmente solo tuo) dà quel tocco di virilità che ti permetterà di passare anche al mare (nonostante tu le tette le abbia ancora, e per di più grandi), ma quando tua mamma entra per salutare la sua bambina tu tiri fuori una voce che farebbe invidia a Topolino.

E per una volta ti incazzi, con la disforia dimmerda e tutto il resto, e per evitare di dover ri-imbiancare la parete sporca di sangue (perché i muri non si rompono, ma le tue nocche si), ti precipiti fuori a correre per smaltire la rabbia (e già che ci sei quella ciccetta sui fianchi), e poi dagli auricolari ecco! Questo era quello che avevo bisogno di ascoltare!

-Ragazz* Anonim*

Feelings come, feelings go

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A volte abbiamo la sensazione che le giornate passino una dopo l’altra senza lasciarci niente. Scivolano fra le nostre dita, e ci ritroviamo in un turbine confuso di emozioni senza riuscire a fare ordine nei pensieri. Altre volte tratteniamo e schiacciamo le emozioni, decidiamo di non sentire, di non ascoltare ciò che ci vogliono dire. O ancora, le giudichiamo e ci rifiutiamo di affrontarle.

E se invece di trattenere le emozioni le lasciassimo uscire e respirare? Non esiste una “buona” o una “cattiva” emozione. Spegniamo per un attimo quella parte di noi che vuole a tutti i costi dare un giudizio, distinguere, dominare. Osserviamo con attenzione, e quando l’emozione si delinea meglio davanti a noi diamole il permesso di prendere il sopravvento. Ora è una parte di noi, ma domani non lo sarà più. Non dobbiamo condannarci per averla provata, né aver paura di non poterla sentire mai più.

Ma possiamo documentare come ci sentiamo di giorno in giorno.

Quanto dolore nel cuore di Picasso passò attraverso le sua immaginazione, e da lì alle setole del pennello, assunse sfumature azzurre fino a costruire la sua stessa immagine… gli autoritratti del dolore del cosiddetto periodo blu.

Quindi perché non fare lo stesso? Prendiamoci un momento di pausa, a tu per tu con il nostro sentimento, diamogli parola, immagine, colore; ascoltiamolo e facciamolo fiorire per quello che è e solamente per quello che è. Niente giudizio o aspettative. Nessuna esaltazione o umiliazione. Questi sono momenti per noi stessi e per nostro assoluto beneficio, lasciamoci alle spalle tutto quello che è superfluo.

Poi esprimiamoci. Molti sono gli strumenti che possiamo utilizzare, poco importa. Nemmeno la complessità nelle nostre abilità deve essere da ostacolo. Non si tratta di impressionare qualcuno, nemmeno noi stessi. Senza pensarci troppo, abbassiamo lo sguardo e guardiamoci dentro, affrontiamo il nostro sentimento e diamogli sfogo: prendiamo una penna, velocemente, cogliendo l’attimo. Scaraventiamoci su un pezzo di carta, componiamo tratti incisivi, graffianti, impressi violentemente nella carta. Il mio dolore. O decisi ma non violenti, rilassati, ma non lenti. La mia felicità. Ogni emozione e ogni sua sfaccettatura merita di essere ritratta.

Non solo il disegno può essere un farmaco per ciò che sentiamo dentro di noi. Scrivere, ballare, prendere a pugni un sacco in palestra, parlare, viaggiare, comporre musica…

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E alla fine poco importa se la nostra emozione su carta, o le parole che abbiamo composto non saranno simili al nudo blu di Picasso o a un verso doloroso di Zbigniew Herbert, perché è opera nostra e delle nostre emozioni. Siamo noi. Su carta.

– Rachele + Agata + Carollo