Tredici Aprile.

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La collina è come un masso muscoso appoggiato sul mare. Annebbiato dal fumo del fuoco sulle sterpaglie. Opaco verde-grigio. Anche i vestiti affumicati sono verdi, bianchi, blu, acquamarino. Le scie enormi e sfumate degli aeroplani  traversano da parte a parte il cielo. Ci sono gli schizzi e gli orli di schiuma sul mare, contro la roccia. C’è l’ultimo scoglio, come il muso di una tartaruga addormentata. La musica delle onde, un fragore insopportabile, una melodia conciliante. L’orizzonte tirato a filo, potrebbe spezzarsi se si tende troppo. Ma ora non c’è pericolo, perché l’aria è umida e confonde i contorni.
C’è definizione nelle odine più minuscole un attimo prima che si fondano insieme, nelle impronte lucide lasciate dalla marea, nelle foglie allungate e appuntite della yucca, immobili nella sera, e nelle ali di piccoli uccelli neri che battono ritmicamente il cielo. C’è caos nei turbini di moschini impazziti, nel fumo bianco, nell’azzurro indistinto dell’aria, nei muri rosa stinto di questo balconcino.
Un gabbiano fa la spola dalla spiaggia al tetto della casa, un altro plana silenzioso sul golfo, lo abbraccia nel suo volo bianco, e finalmente, quando il vento non lo sorregge più, batte frenetico le ali per portarsi più in alto.
Speriamo solo che il profumo del mare resti attaccato alla pelle, a tenermi compagnia in attesa dell’estate.

– Agata

Sulla purezza

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La purezza è in ultima analisi il valore più sommo e alto della nostra civiltà, l’ideale più ideale, e infatti è anche il traguardo più utopico e impossibile da raggiungere.

Non è difficile scorgere nella nostra storia il continuo desiderio di un ritorno al candore primordiale, che si configura per fare alcuni esempi nei miti dell’Età dell’Oro della cultura classica o del Giardino dell’Eden di Ebraismo e Cristianesimo, ma anche nello “stato di natura” del filosofo Rousseau come nella figura del fanciullino nella poetica di Pascoli, in cui l’uomo adulto aveva il compito di dare voce attraverso la poesia al proprio fanciullino interiore, ovvero alle proprie facoltà intuitive e analogiche, tipiche di un’età innocente e pura come la fanciullezza, esaltata dal poeta romagnolo come età di
primato gnoseologico e morale.
E d’altronde l’intera storia della nostra civiltà è accompagnata da un’ansia di rigenerazione: da sempre si è cercata una via di salvezza dalla dannazione del mondo terreno e corrotto per un ritorno alla purezza, affidando ad un singolo il compito di salvare l’umanità intera (si pensi a Gesù Cristo come al puer della IV ecloga delle Bucoliche virgiliane, o più recentemente al mito new age dei bambini indaco), o aspettando invano l’avvento di una nuova era (nelle eresie del tipo di quella di Gioacchino da Fiore come nei più recenti culti dell’Età dell’Acquario).

Una volta riconosciuta l’importanza attribuita alla purezza occorre chiedersi: come mai essa è tanto stimata da noi occidentali? Perché si arriva a tal punto da credere che tutta la sapienza posseduta dal più sapiente dei sapienti non valga l’abilità di poter osservare il mondo con gli occhi di un bambino (convinzione questa condivisa sia dalla maggioranza dei moderni che da Nietzsche, quando afferma che il fanciullo con il suo riso spensierato sia ciò che più si avvicina all’Übermensch e alla sua accettazione della realtà)?
Ritengo che per ricercare le cause del primato assiologico della purezza occorra considerarla come il contrario di qualcos’altro, e mi sembra altresì evidente che la purezza sia il contrario della conoscenza. In effetti abbiamo detto che la purezza è una qualità dell’infanzia, e più un bambino è piccolo e più è puro, poiché ignora più cose del mondo che lo circonda. “Omnia munda mundis” (Tutto è puro ai puri) sosteneva San Paolo, e infatti è ritenuto puro di mente chi spesso ignora le malignità e malizie del mondo materiale. Insomma più si progredisce nella conoscenza del mondo, più la purezza e il candore passati si allontanano: quando la conoscenza delle cose aumenta, la
purezza diminuisce.
Il valore attribuito alla purezza risulta quindi inevitabilmente essere sintomo del ripudio verso la conoscenza delle cose, e cioè del rifiuto del mondo che è condiviso, sia apertamente che nascostamente, dalla maggior parte degli uomini. La ricerca della purezza e della salvazione non è altro che una ricerca di una via di fuga dal mondo maligno e indifferente nei nostri confronti, verso un aldilà al quale riteniamo di appartenere.
A pensarci bene questa conclusione ci è anche suggerita dal mito di Adamo ed Eva: i due antenati hanno perso la loro purezza e si sono vergognati di essere nudi quando hanno assaggiato il frutto dell’Albero della Conoscenza. E allora si può anche suggerire che a noi uomini, loro progenie costretta ad assaggiare il frutto proibito, esso sia rimasto ancora un boccone indigesto, e stia ancora nel nostro stomaco, a marcire causandoci nausea e disgusto verso la realtà che ci sta davanti e tutt’intorno.

Individuate le cause del nostro amore per la purezza si apre ora una nuova questione: dobbiamo noi ora continuare a perseverare nel vano tentativo di tornare a un passato di incoscienza e purezza, o dobbiamo cercare di digerire il frutto dell’Eden, di raggiungere non la fanciullezza passata, ma la maturità futura? E se scegliamo di percorrere il secondo sentiero, finora poco battuto, in che modo possiamo raggiungere la nostra meta?

– Riccardo Costantini

“Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità” – Wislawa Szymborska

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Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.

Feelings come, feelings go

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A volte abbiamo la sensazione che le giornate passino una dopo l’altra senza lasciarci niente. Scivolano fra le nostre dita, e ci ritroviamo in un turbine confuso di emozioni senza riuscire a fare ordine nei pensieri. Altre volte tratteniamo e schiacciamo le emozioni, decidiamo di non sentire, di non ascoltare ciò che ci vogliono dire. O ancora, le giudichiamo e ci rifiutiamo di affrontarle.

E se invece di trattenere le emozioni le lasciassimo uscire e respirare? Non esiste una “buona” o una “cattiva” emozione. Spegniamo per un attimo quella parte di noi che vuole a tutti i costi dare un giudizio, distinguere, dominare. Osserviamo con attenzione, e quando l’emozione si delinea meglio davanti a noi diamole il permesso di prendere il sopravvento. Ora è una parte di noi, ma domani non lo sarà più. Non dobbiamo condannarci per averla provata, né aver paura di non poterla sentire mai più.

Ma possiamo documentare come ci sentiamo di giorno in giorno.

Quanto dolore nel cuore di Picasso passò attraverso le sua immaginazione, e da lì alle setole del pennello, assunse sfumature azzurre fino a costruire la sua stessa immagine… gli autoritratti del dolore del cosiddetto periodo blu.

Quindi perché non fare lo stesso? Prendiamoci un momento di pausa, a tu per tu con il nostro sentimento, diamogli parola, immagine, colore; ascoltiamolo e facciamolo fiorire per quello che è e solamente per quello che è. Niente giudizio o aspettative. Nessuna esaltazione o umiliazione. Questi sono momenti per noi stessi e per nostro assoluto beneficio, lasciamoci alle spalle tutto quello che è superfluo.

Poi esprimiamoci. Molti sono gli strumenti che possiamo utilizzare, poco importa. Nemmeno la complessità nelle nostre abilità deve essere da ostacolo. Non si tratta di impressionare qualcuno, nemmeno noi stessi. Senza pensarci troppo, abbassiamo lo sguardo e guardiamoci dentro, affrontiamo il nostro sentimento e diamogli sfogo: prendiamo una penna, velocemente, cogliendo l’attimo. Scaraventiamoci su un pezzo di carta, componiamo tratti incisivi, graffianti, impressi violentemente nella carta. Il mio dolore. O decisi ma non violenti, rilassati, ma non lenti. La mia felicità. Ogni emozione e ogni sua sfaccettatura merita di essere ritratta.

Non solo il disegno può essere un farmaco per ciò che sentiamo dentro di noi. Scrivere, ballare, prendere a pugni un sacco in palestra, parlare, viaggiare, comporre musica…

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E alla fine poco importa se la nostra emozione su carta, o le parole che abbiamo composto non saranno simili al nudo blu di Picasso o a un verso doloroso di Zbigniew Herbert, perché è opera nostra e delle nostre emozioni. Siamo noi. Su carta.

– Rachele + Agata + Carollo

Molto forte incredibilmente vicino // Jonathan Safran Foer

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La sua attenzione riempì il buco che avevo al centro di me stessa.
Ritornai l’indomani. E l’indomani ancora. Smisi di cercare lavoro. Contava solo lui che li guardava. Ero pronta a crollare, se si fosse giunti a quello.
Ogni volta era uguale.
Parlava di ciò che voleva fare.
Gli dicevo che avrei fatto tutto quello di cui aveva bisogno.
Bevevamo caffè.
Non parlavamo mai del passato.
Lui apriva la canna fumaria.
Nell’altra stanza gli uccelli cantavano.
Mi spogliavo.
Lui mi metteva in posa.
Mi scolpiva.
Qualche volta pensavo a quelle cento lettere sparpagliate sul pavimento della mia stanza da letto. Se non ne avessi avute la nostra casa, bruciando, avrebbe fatto meno luce?
Nell’altra stanza cantavano gli uccelli.
Stavamo cercando un compromesso accettabile.
La settimana dopo mi fece sollevare le gambe, e quella dopo ancora venne dietro di me. Era la prima volta che facevamo l’amore. Avevo voglia di piangere. Mi chiesi: Ma perché mai la gente fa l’amore?
Guardai la statua incompiuta di mia sorella, e la ragazza incompiuta ricambiò il mio sguardo.
Ma perché mai la gente fa l’amore?
Camminammo insieme fino alla panetteria del nostro primo incontro.
Insieme e separatamente.
Ci sedemmo a un tavolo. Sullo stesso lato, verso le vetrine.
Non avevo bisogno di sapere se lui poteva amarmi.
Dovevo sapere se poteva avere bisogno di me.
Andai alla prima pagina bianca del suo taccuino e scrissi: Sposami ti prego.
Lui guardò le sue mani.
SI e NO.
Ma perché mai la gente fa l’amore?
Prese la penna e scrisse sulla pagina successiva, l’ultima: niente figli.
Fu la nostra prima regola.
Capisco, gli dissi in inglese.
Non parlammo mai più in tedesco.
Dopo una settimana tuo nonno e io eravamo sposati.

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Quella sera, mentre papà mi rimboccava le coperte e stavamo parlando del libro, gli avevo chiesto se non gli veniva in mente una soluzione a quel problema. “Quale problema?” “ Il problema che siamo relativamente insignificanti.” Lui mi ha detto: “Mah… cosa succederebbe se un aereo ti lasciasse al centro del deserto del Sahara, e tu raccogliessi un singolo granello di sabbia con le pinzette e lo spostassi di un millimetro?” Ho risposto: “Probabilmente, morirei disidratato”. E lui: “No, intendo solo in quel momento, quando sposti il granello. Cosa vorrebbe dire?” “Non lo so. Cosa?” Lui mi ha detto: “Pensaci”. Ci ho pensato. “Credo che avrei spostato un granello di sabbia.” “E questo significherebbe che…?” “Il fatto che ho spostato un granello di sabbia?” “Significherebbe che hai cambiato il Sahara.” “E allora?” “ Allora? allora, il Sahara é un grande deserto ed esiste da milioni di anni. E tu lo avresti cambiato!” “ E’ vero!” ho detto alzandomi a sedere. “ Avrei cambiato il Sahara” “E significherebbe che…?” Mi ha chiesto ancora lui. “ Cosa? Dimmelo tu” “ Be’ non sto parlando di dipingere la gioconda o di sconfiggere il cancro, ma solo di spostare di un millimetro quell’unico granello di sabbia.” “E allora?” “Se non l’avessi fatto la storia dell’uomo sarebbe andata in un modo.” “Si?” “Ma tu lo hai fatto…?” Mi sono alzato in piedi sul letto, ho puntato le dita verso le finte stelle e ho gridato: “Ho cambiato il corso della storia dell’uomo!” “ Proprio così.” “Ho cambiato l’universo!” “Esatto”. “Sono Dio!” “Sei ateo.” “Non esisto!” Mi sono ributtato sul letto, tra le sue braccia, e ci siamo scompisciati tutti e due.

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L’aeroporto era pieno di gente che andava e veniva. ma c’eravamo solo tuo nonno ed io.
Presi il suo quaderno e cercai tra le pagine. Indicai: Che frustrazione, che cosa patetica, che tristezza.
Lui cercò nel diario e indicò: il modo in cui mi ha dato quel coltello.
Io indicai: Se fossi stato un altro in un mondo diverso avrei fatto qualcosa di diverso.
Lui indicò: A volte uno ha voglia di sparire e basta.
Io indicai: Non c’è niente di male a non capire se stessi.
Lui indicò: Che tristezza.
Io indicai: E non direi di no a qualcosa di dolce.
Lui indicò: Pianse, pianse, pianse.
Io indicai: Non piangere.
Lui indicò: A pezzi e frastoranti.
Io indicai: Che tristezza.
Lui indicò: A pezzi frastornati.
Io indicai: Qualcosa.
Lui indicò: Niente.
Io indicai: Qualcosa.
Nessuno indicò: Ti amo.
Non c’era modo di girarci attorno. Non potevamo scalarlo, né camminare fino a trovarne il confine.
Che rimpianto, pensare che serve una vita per imparare a vivere una vita, Oskar. Perché se potessi rivivere la mia vita mi comporterei diversamente.
Cambierei la mia vita.
Bacerei il maestro di pianoforte anche se rideva di me.
Salterei sul letto con Mary, anche a costo di rendermi ridicola.
Manderei in giro le brutte fotografie, a centinaia.
Cosa faremo? Scrisse lui.
Dipende da te, dissi.
Lui scrisse: Voglio andare a casa.
Cos’è casa per te?
Casa è il posto con più regole.
Io lo capivo.
E dovremo fissare altre regole, dissi.
Per renderla più casa.
Sì.
Va bene.

– Capraeeeeelefante

Humanitas, ossia come essere umani.

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In epoca antica, secoli prima che la morale fosse una mera deduzione dai principi religiosi, la civiltà romana si cimentò nell’impresa di forgiare un sistema etico che potesse essere riconosciuto universalmente come giusto e applicabile da ogni essere umano. La ricerca dei principi fondamentali della morale attinse sia dalla filosofia greca che dai costumi e dalle tradizioni mitiche della Roma delle origini, e diede origine al concetto di humanitas (letteralmente ciò che è umano), ossia ciò che rende l’uomo davvero uomo e lo distingue dalla bestia.

L‘humanitas come insieme di virtù e precetti non è affatto un’idea ben definita o strutturata, e anzi fu oggetto di dibattito presso i maggiori intellettuali latini, da Cicerone a Seneca, da Catone a Orazio. Tuttavia studiarne l’evoluzione nel pensiero di tali grandi figure non solo è utile per comprendere l’influenza che i suddetti hanno avuto nei 2000 anni a seguire, ma è anche estremamente interessante per una mente del XXI secolo, essendo paradossalmente un concetto così antico un’alternativa molto nuova e attuale ai conformismi dei giorni nostri, dove sempre più essere umani è un atto rivoluzionario.

Il Circolo degli Scipioni
Possiamo ricondurre una prima elaborazione del concetto di humanitas al Circolo degli Scipioni, un gruppo di intellettuali di età repubblicana che si riunivano intorno alla nobile famiglia degli Scipioni. Tali intellettuali, che comprendevano filosofi stoici come Panezio, storici come Polibio, e letterati  come Terenzio, erano accomunati da un forte interesse nella ricca e raffinata cultura greca, che proprio grazie a loro stava cominciando a conquistare Roma, nonostante il disaccordo con i valori del mos maiorum del quale parleremo in seguito.
Fu proprio il commediografo Terenzio (190-159 a.C.) che nella sua opera Heautontimorumenos (Il punitore di se stesso) ci presenta la frase che forse più di ogni altra riassume l’essenza dell’humanitas:

Homo sum, nihil humani a me alienum puto

“Sono un uomo, non reputo niente che sia umano come estraneo a me”

Si riconosce quindi nell’humanitas l’ideale di derivazione greca della filantropia (amore per l’uomo e quindi per il prossimo), che si configura nelle virtù stoiche di empatia, compassione e amicizia.

L’opposizione dei conservatori
All’ellenizzazione dei costumi si opposero fortemente i Romani più conservatori, il cui campione fu certamente Catone il Censore (234-149 a.C.). Egli vedeva la cultura greca come una minaccia all’integrità morale della sua gente, e oppose una netta resistenza all’infiltrazione dei costumi greci a Roma, proponendo come alternativa un sentito ritorno ai valori del mos maiorum (i costumi degli antenati), che costituivano un sistema morale fondato sulla virtù. In particolare le virtù dell’autentico uomo romano erano: la pietas (fedeltà e rispetto per gli dei e il loro volere), la dignitas (simile alla moderna idea di dignità e pudore), la gravitas (solennità), l’integritas (integrità morale) e la frugalitas (ripudio per i lussi e tutto ciò che non è necessario).

Cicerone e il sincretismo
Successivamente gli studiosi Romani accettarono il valore degli insegnamenti Greci, senza però mai abbandonare l’ideale arcaico dell’aderenza al mos maiorum, ma anzi tentando di enfatizzare i punti di incontro tra i due sistemi morali, senza porli in contrasto. Il protagonista di tale progetto sincretico fu senza dubbio Cicerone (106-43 a.C.), il quale aggiunse all’insieme delle virtù latine antiche la virtù greca di paideia, traducibile come amore e studio della la cultura. Tale attività era infatti ritenuta necessaria dall’Arpinate per lo sviluppo e la crescita dell’individuo, con il fine del miglioramento sia dell’attività letteraria e intellettuale (otium) che dell’attività politica (negotium), entrambe ritenute egualmente importanti e anzi complementari.
In particolare Aulo Gellio (125-180 d.C.) definirà la paideia come istruzione ed educazione nelle buone discipline (“eruditio et institutio in bonas artes”) e dichiarerà:

quas qui percupiunt adpetuntque, hi sunt vei maxime humanissimi

“coloro che sono attratti [dalle discipline letterarie], questi sono massimamente umanissimi”

Conclusione
La conclusione è lasciata al lettore. Possiamo davvero noi oggi definirci umani? Senza scadere nello stereotipo e nella demagogia, viviamo noi in una società composta da umani o da contenitori artificiali di informazioni, programmati dall’ideologia per compiere il nostro dovere di funzionare in un meccanismo del quale spesso ignoriamo l’esistenza? Per conoscere la risposta i criteri ci sono forniti dai grandi giganti sulle cui spalle noi poggiamo, ma ora occorre guardarci attorno, e soprattutto guardarci dentro, e se la risposta dovesse essere negativa, ci conviene al più presto diventare il cambiamento che vorremmo vedere nel mondo, diventare umani.

– Riccardo Costantini.

Digressione // mixtape

playlist digressione

E poi
viene un’ora
col suo sonno.
Cola giù
il viola e le palpebre
hanno una legge di peso
l’ordine superiore
di serrare ogni luce.
Allora – dopo la battaglia
col suo sgambettare
riponiamo i capelli sul cuscino
le mani lateralmente
e un precipizio del corpo
nel poligono del sonno
con sue fiammelle di respiro
e un sostare un sostare
per ristorare tutto
di questo fasciame
fino a che sulle punte
tutto il fiato va e viene
lentamente
in uno stare soli dei dormienti.

Oh! solitudine di chi dorme!
Ti cerco dalle sponde alte
degli insonni.

da “Bestie di Gioia”, Mariangela Gualtieri

– Agata

Le piccole meraviglie

Gli scout insegnano a meravigliarsi. Insegnano a sorprendersi di tutti quei piccoli gesti che ogni tanto dimentichiamo o diamo per scontati: un paesaggio mozzafiato, una risata sincera. Uno sguardo vero, qualcuno che quando abbiamo paura o siamo arrabbiati si siede accanto a noi, senza dire una parola. Una canzone intonata intorno al fuoco, qualcuno che si offre per lavare le pentole. Il canto degli uccellini la mattina presto, una felpa prestata quando abbiamo freddo. Qualcuno che ci prende lo zaino quando si accorge che, anche se non lo ammettiamo, in realtà non ce la facciamo davvero più a portarlo. Un “non aver paura” quando ci sembra di non poter più osare, qualcuno che ci dà una mano a portare la tanica piena d’acqua. E tutte le altre piccole cose a cui solitamente diamo poca importanza, intenti come siamo a preoccuparci di cose più importanti, di trovare un senso a qualcosa che un senso, in fondo, non ce l’ha perché il vero senso delle cose sta nei piccoli dettagli.

-Carollo

‘Un uomo’, Oriana Fallaci.

“La libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere.” 

“L’unico modo per non soffrire è non amare,

che nei casi in cui non puoi fare a meno di amare

sei destinato a soccombere.” 

“Για σένα.” (‘Per te.’), questa, la dedica di uno dei romanzi più profondi ed intimi della scrittrice, giornalista e attivista italiana Oriana Fallaci. “Un uomo” è stato pubblicato nel 1979, attraverso di esso Oriana narra la storia di Alexandros (Alekos) Panagulis, che amò e che fu suo compagno nella vita.

“… La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti. Eccola, e tu mio unico interlocutore possibile, laggiù sottoterra, mentre l’orologio senza lancette segna il cammino della memoria.”

Una lunga, nostalgica lettera, promessa mantenuta, una biografia, una memoria all’uomo amato, gli ultimi tre anni della vita dell’eroe che non voleva essere chiamato tale, un simbolo della libertà e della Resistenza per la Grecia, una voce, un gesto, l’unico che fece della propria vita un’intera ribellione, un sacrificio al fine di ristabilire la tanto bramata giustizia, l’eguaglianza e la parità nel suo paese.

«Voi siete i rappresentanti della tirannia e so che mi manderete dinanzi al plotone di esecuzione. Ma so anche che il canto del cigno di ogni vero combattente è il rantolo che egli emette colpito dal plotone di esecuzione di una tirannia.»

Un Uomo, oltraggiato, tradito, torturato con sevizie più raccapriccianti, umiliato, ucciso psicologicamente e fisicamente, soffocato, schiacciato, da tutti, a partire dai tiranni, dalla dittatura, dai ministri, dai soldati, maggiori, medici, psicologi, conoscenti, amici, famiglia, popolo. Un Uomo solo, immerso nella sua più profonda solitudine, nella sua disperazione più cupa, più folle, un Uomo che si aggira come un cane per i vicoli bui, affamato, ferito, abbandonato da tutti, che ovunque vada trova insulti, porte chiuse o bastonate, così Alekos combatteva, imperterrito, per raggiungere il suo unico scopo, ciò per cui era nato, ciò a cui il destino, fin dal principio, lo aveva legato con catene di ferro, per non lasciarlo più scappare, se non attraverso la morte.

“un uomo che viveva e moriva da uomo, senza piegarsi, senza spaventarsi, senza rassegnarsi, predicando l’unico bene possibile, l’unico bene che conta: la libertà”.

Le pagine di Oriana Fallaci sono pagine madide di dolore, di una rabbia soffocata, di violenza…no! violenza ce n’è stata fin troppa. Una scrittura intensa, appassionata, viva, ci rivela tutto l’amore, la cieca fiducia, l’ammirazione per quest’uomo. Il racconto delle terribili vicende, a partire dall’attentato fallito al dittatore Geōrgios Papadopoulos, passando per le feroci torture e interrogatori, arrivando alla prigione, ai tallonamenti e alla caccia in libertà, si alterna a momenti che rivelano tutto il genio e l’astuzia di Alekos, che più volte porta all’esasperazione il direttore della cella di Boiati (Zakarakis), pur di ottenere di volta in volta piccoli benefici, che fossero il gabinetto o carta e penna, su cui scrivere gli struggenti versi che affollavano la sua mente.

“….il vero eroe non si arrende mai,… a distinguerlo dagli altri non è il gran gesto iniziale o la fierezza con cui affronta le torture e la morte, ma la costanza con cui si ripete, la pazienza con cui subisce e reagisce, l’orgoglio  con cui nasconde le sue sofferenze e gliele ributta in faccia a chi gliele impone. Non rassegarsi è il suo segreto, non considerarsi vittima, non mostrare agli altri tristezza o disperazione. E all’occorrenza, ricorrere all’arma dell’ironia e della beffa: ovvie alleate di un uomo in catene”.

Una storia carica di tensione, angoscia, paura e dolore, colma di sicurezza, arroganza, decisione e perseveranza, ma soprattutto di Amore e di Fedeltà,

a mio parere uno dei pochi libri che racconta la forma d’Amore più pura e incondizionata che esista. Il miglior libro che abbia mai letto.

 

“Negli abbracci forsennati o dolcissimi non era il tuo corpo che cercavo bensì la tua anima, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, le tue poesie. E forse è vero che quasi mai l’amore ha per oggetto un corpo, spesso si sceglie o si accetta una persona per la malìa inesplicabile con la quale essa ci investe, o per ciò che essa rappresenta ai nostri occhi, alle nostre convinzioni, alla nostra morale; però il veicolo di un rapporto amoroso rimane il corpo e, se quello non ti seduce, qualcos’altro deve pur sedurti. Il carattere, ad esempio, il modo di vivere o di comportarsi. E col tempo avevo scoperto che neanche il tuo carattere mi piaceva molto. […] Ma allora perché avevo avuto quell’impulso di correrti dietro, di abbracciarti, sentire i tuoi baffi contro la mia guancia, perché ora sentivo il bisogno di raschiarmi la gola e ricacciare indietro le lacrime?”

– Anastasia

 


 

Demian // Herman Hesse

“A casa non si arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra.”

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“Eppure, non volevo tentare di vivere se non ciò che spontaneamente erompeva da me, era mai tanto difficile? I poeti, quando scrivono romanzi, si comportano come se fossero Dio e potessero abbracciare con lo sguardo la storia di un qualche uomo, come se Dio la narrasse a sé stesso, senza veli, e del tutto veritiera. Io non posso, come non possono gli scrittori. La mia storia però ha per me più importanza di quanta non ne abbia per qualche scrittore la sua; infatti è la mia, la storia di un uomo, non inventato e possibile, non ideale o in qualche modo non esistente, ma di un uomo vero, unico, di un uomo che vive. Certo che cosa sia un uomo realmente vivo si sa oggi meno che mai, e perciò si ammazzano gli uomini in grandi quantità, mentre ognuno di essi è un tentativo prezioso è unico della natura. Se non fossimo qualcosa in più di uomini unici, se si potesse veramente togliere di mezzo ognuno di noi con una pallottola, non ci sarebbe ragione di raccontare storie. Ogni uomo però non è soltanto lui stesso; è anche il punto unico, particolarissimo, in ogni caso importante, curioso, dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola, senza ripetizione. Perciò la storia di ogni uomo è importante, eterna, divina, perciò ogni uomo fintanto che vive in qualche modo e adempie il volere della natura è meraviglioso e degno di attenzione. In ognuno lo spirito ha preso forma, in ognuno soffre il creato, in ognuno si crocifigge un Redentore. Oggi pochi sanno che cosa sia l’uomo. Molti lo sentono e perciò muoiono con maggior facilità, come io morirò più facilmente quando avrò finito di scrivere questa storia. Non posso dire di essere un sapiente. Fui un cercatore e ancora lo sono, ma non cerco più negli astri e e nei libri: incomincio a udire gli insegnamenti che fervono nel mio sangue. La mia storia non è amena, non è dolce e armoniosa come le storie inventate, sa di stoltezza e confusione, di follia e sogno, come la vita di tutti gli uomini che non intendono più mentire a se stessi. La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero. Nessun uomo è mai stato interamente lui stesso, eppure ognuno cerca di diventarlo, chi sordamente, chi luminosamente, secondo le possibilità.”

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“Certo, io credo” proseguì Demian “che la storia di Caino si possa intendere anche diversamente. La maggior parte delle cose che ci insegnano sono vere e giuste, ma si possono guardare anche da un altro lato, diverso da quello dei maestri, e allora acquistano per lo più un significato migliore. A proposito di Caino e del marchio sulla fronte, non si può rimanere soddisfatti della spiegazione che ci danno. Non ti pare? Che uno ammazzi il fratello in una lite può capitare certamente ed è anche possibile che poi prenda paura e si dia per vinto. Ma che per la sua vigliaccheria riceva un marchio che lo protegge e spaventa tutti gli altri, è proprio strano.”
“Giusto” approvai con interesse. La faccenda cominciava a prendermi. “Ma quale altre spiegazione si può dare?”
“Semplice. Ciò di cui si trattava, l’elemento col quale la storia ebbe inizio era il marchio. C’era un uomo che aveva in faccia qualche cosa che agli altri incuteva paura. Essi non osavano toccarlo, metteva soggezione, lui e i suoi figli. forse, anzi di sicuro, non era vero e propri segno in fronte, come un timbro postale; è difficile che la vita operi in modo così rozzo. Doveva essere piuttosto qualche cosa di strano e appena percettibile, più spirito e coraggio nello sguardo di quanto si è abituati a vedere.”

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«Noi leghiamo sempre troppo stretti i limiti della nostra personalità. Attribuiamo alla nostra persona soltanto ciò che ci appare individualmente diverso e differente. Ma noi, ognuno di noi è tutto il complesso del mondo, e come il nostro corpo ha in sé le tavole genealogiche dello sviluppo su su fino al pesce e più indietro ancora, così abbiamo nell’anima tutto ciò che mai è vissuto in anime umane. Tutti gli dèi e i diavoli che sono esistiti sia tra i greci e i cinesi, sia fra gli zulu, tutti sono dentro di noi come possibilità, come desideri o vie d’uscita. Se l’umanità si estinguesse tutta, tranne un unico bambino di mediocre intelligenza che non avesse avuto alcuna istruzione, questo bambino ritroverebbe intera la via delle cose e saprebbe riprodurre tutto, dèi e demoni, paradisi, leggi e divieti, antichi e nuovi testamenti.»

demian 4

“Ciò che verrà va oltre ogni immaginazione. L’anima europea è una bestia che visse incatenata un tempo infinito. Quando sarà libera i suoi primi moti non saranno dei più piacevoli. Ma poco contano le strade e i rigiri, purché venga alla luce la vera miseria dell’anima che da tanto tempo si cerca di nascondere e di smorzare con menzogne.
Allora verrà il nostro giorno, allora avranno bisogno di noi, non come capi o nuovi legislatori (noi non vedremo più le nuove leggi) ma come volonterosi pronti a metterci in cammino e ad andare dove il destino ci chiama.
Tutti gli uomini, ecco, sono disposti a fare l’incredibile quando vedono i loro ideali in pericolo. Ma nessuno si fa vedere quando un ideale nuovo, un nuovo e forse pericoloso moto di crescita bussa alla porta. I pochi pronti a marciare saremo noi. Per questo siamo segnati, come Caino era segnato affinché suscitasse odio e paura e spingesse l’umanità di allora da un idillio ristretto verso pericolose lontananze. Tutti gli uomini che hanno influito sull’andamento dell’umanità erano, senza distinzione, capaci e attivi perché pronti a subire il loro destino.”

– Capraeeeeelefante