Un giro di Do // Carollo, Aprile ’18

Quante volte ascoltiamo la musica nella nostra quotidianità: mentre andiamo a scuola, durante una pausa, quando siamo tristi, mentre guidiamo, quando vogliamo semplicemente smettere di pensare o quando tutto ciò che vogliamo fare è pensare. La musica è una parte fondamentale della nostra vita; è , come dice Baricco, l’armonia dell’anima. E proprio per questo ho deciso di aprire questa nuova rubrica: ogni giorno per tutto il mese posterò una canzone con una caratteristica specifica, per condividere una parte della mia armonia con voi e invito tutti coloro che lo desiderano a fare lo stesso: postate pure una canzone nei commenti, su instagram, su facebook o dove più vi piace e condividete un po’ della vostra armonia, per rendere il mondo più colorato!

1/04 – Una canzone da viaggio: When we stand together, Nickelback
2/04 – Una canzone che ti rende felice: Mezzogiorno, Jovanotti
3/04 – Una canzone che ti rende triste: Gli anni, 883
4/04 – Una canzone che ascolti per non pensare: Bun mi heart, Mellow Mood
5/04 – Una canzone che colora le tue giornate bianche: Mixtape 2003, The Academic
6/04 – Una canzone che ti ricorda qualcuno a cui vuoi bene: Hope, Jack Johnson
7/04 – Una canzone che dedicheresti a una persona che non fa più parte della tua vita: Non sei tu, Gazzelle
8/04 – Una canzone che ti ricorda la tua infanzia: Girlfriend, Avril Lavigne
9/04 – Una canzone che non ti si addice, ma ascolti lo stesso: Ballata del dubbio pt.3, Gemitaiz
10/04 – Una canzone che ti ricorda un brutto episodio: Drown, Bring Me The Horizon
11/04 – Una canzone che ti ricorda un bell’episodio: Eppure soffia, Pierangelo Bertoli
12/04 – Una canzone che ti ricorda l’estate: For the first time, The Script
13/04 – Una canzone che hai ascoltato troppo: Niente di speciale, Lo Stato Sociale
14/04 – Una canzone che non ti stanca mai: November rain, Guns N’ Roses
15/04 – Una canzone che ti ricorda il tuo paese: I cento passi, Modena City Ramblers
16/04 – Una canzone che ti fa sfogare: Final masquerade, Linkin Park
17/04 – Una canzone che è stata scritta quando sei nato: Geordie, Fabrizio De Andrè
18/04 – Una canzone che ti fa concentrare: Fango, Jovanotti
19/04 – Una canzone che ti riempie: Gente che spera, Articolo 31
20/04 – Una canzone che fa muovere qualcosa dentro di te: Chiodo fisso, Eugenio in via di gioia
21/04 – Una canzone che ti motiva: Whatever it takes, Imagine Dragons
22/04 – Una canzone che sai a memoria: Miss you, Blink 182
23/04 – Una canzone che ha diversi significati per te: Leggero, Ligabue
24/04 – Una canzone che ti fa pensare alla vita: Domani, Artisti uniti per l’Abruzzo
25/04 – Una canzone brutta che però ti piace: La musica non c’è, Coez
26/04 – Una canzone che ti spezza il cuore: Animal Instinct, The Cranberries
27/04 – Una canzone di cui non capisci il significato: Renegades, X Ambassadors
28/04 – Una canzone che vorresti che qualcuno ti dedicasse: Sweet Child O’ Mine, Guns N’ Roses
29/04 – Una canzone che ti ricorda qualcuno che preferiresti dimenticare: Orgasmo, Calcutta
30/04 – Una canzone che useresti come denuncia contro qualcuno: La fata, Edoardo Bennato – Pensa, Fabrizio Moro (Non riuscivo proprio a decidermi tra queste due canzoni… e poi è l’ultimo giorno, quindi direi che uno strappo alla regola ci sta!)

– Carollo

Jack frusciante è uscito dal gruppo // Enrico Brizzo

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Adelaide non capirà mai. Nessuno capirà mai, ma a lei vorrei cantarlo fino a farla entrare davvero nel mio mondo. Se fossi sicuro che è con me, non avrei paura né dell’America né del futuro né della morte. In definitiva, sono io un pazzo? Sono io all’inizio di una strada che non porta da nessuna parte? Sono io all’inizio di una strada che porta in alto? Sono io nel gruppo? Sono io fuori dal gruppo? Sono io nel libro? Sono io fuori dal libro? Sono io innamorato di Aidi? Sarei felice, con lei, se non dovesse partire per l’America, o tutto quel che di bello sta succedendo è solo per la fretta di avere poco, pochissimi giorni, a disposizione? Siate pronti poiché non sapete né il giorno né l’ora.

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“Alla fine ognuno cerca di far muovere gli altri nel suo personale teatrino. Il peggio è che io farò precisamente tutte questo cose, tutto quel che si aspettano da me, un gesto dopo l’altro, in fila, per vivere anche nelle loro scenette squallide o banali o tragiche e poi riderne da solo, ma farò tutto quel che vogliono, perché l’unico modo che ho di sentirmi vivo è cambiar continuamente e fare sempre delle cavolo di recite.” (Dall’Archivio Magnetico del Signor Alex D.)
(Se uno con una ragazza ci sta veramente bene, deve essere difficile trovare qualcuno che vi faccia una foto senza rovinare tutto dicendovi che non sorridete abbastanza. Bisogna fare molta cautela, con chi è felice.)
Voglio dire: e i cazzi di sette e mezzo in latino, per esempio, che da semplici strumenti sono diventati una specie di fine ultimo? … Insomma, a quanto ne so dovrei studiare per strappare un titolo di studio che a sua volta mi permetta di strappare un buon lavoro che a sua volta mi consenta di strappare abbastanza soldi per strappare una qualche cavolo di serenità. […] Cioè uno dei fini ultimi è questa cavolo di serenità martoriata. E allora perché dovrei sacrificare i momenti di serenità che mi vengono incontro spontaneamente lungo la strada? La realtà è che mi trovo costretto a sacrificare il me diciassettenne felice di oggi pomeriggio a un eventuale me stesso calvo e sovrappeso, cinquantenne soddisfatto.

2

E allora, perché cavolo i suoi occhi sono così – come dire – sono così lustri, mentre per l’ultima volta scende come un Girardengo appena appena più basso e rock per la via Codivilla?
Comunque, no, mica piange. Ha solo gli occhi un pochino lustri per via dell’enorme velocità, è chiaro. Okay. È anche perché quel figlio di puttana del piccolo principe ha addomesticato la volpe. E poi, forse, perché magari sta pensando che dei due pirati, adesso, qualcosa è come stesse andando un po’ via per sempre. Sapete come ragionano certi ciclisti sentimentali, alle volte. Magari sta giusto pensando che determinate cose, nella vita dell’Uomo, possono succedere una volta sola. Sì, insomma, potrebbe farlo.
Comunque no, non piange mica. E poi è un Girardengo, kazzo…

– Capraeeeeelefante

Tredici Aprile.

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La collina è come un masso muscoso appoggiato sul mare. Annebbiato dal fumo del fuoco sulle sterpaglie. Opaco verde-grigio. Anche i vestiti affumicati sono verdi, bianchi, blu, acquamarino. Le scie enormi e sfumate degli aeroplani  traversano da parte a parte il cielo. Ci sono gli schizzi e gli orli di schiuma sul mare, contro la roccia. C’è l’ultimo scoglio, come il muso di una tartaruga addormentata. La musica delle onde, un fragore insopportabile, una melodia conciliante. L’orizzonte tirato a filo, potrebbe spezzarsi se si tende troppo. Ma ora non c’è pericolo, perché l’aria è umida e confonde i contorni.
C’è definizione nelle odine più minuscole un attimo prima che si fondano insieme, nelle impronte lucide lasciate dalla marea, nelle foglie allungate e appuntite della yucca, immobili nella sera, e nelle ali di piccoli uccelli neri che battono ritmicamente il cielo. C’è caos nei turbini di moschini impazziti, nel fumo bianco, nell’azzurro indistinto dell’aria, nei muri rosa stinto di questo balconcino.
Un gabbiano fa la spola dalla spiaggia al tetto della casa, un altro plana silenzioso sul golfo, lo abbraccia nel suo volo bianco, e finalmente, quando il vento non lo sorregge più, batte frenetico le ali per portarsi più in alto.
Speriamo solo che il profumo del mare resti attaccato alla pelle, a tenermi compagnia in attesa dell’estate.

– Agata

Sulla purezza

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La purezza è in ultima analisi il valore più sommo e alto della nostra civiltà, l’ideale più ideale, e infatti è anche il traguardo più utopico e impossibile da raggiungere.

Non è difficile scorgere nella nostra storia il continuo desiderio di un ritorno al candore primordiale, che si configura per fare alcuni esempi nei miti dell’Età dell’Oro della cultura classica o del Giardino dell’Eden di Ebraismo e Cristianesimo, ma anche nello “stato di natura” del filosofo Rousseau come nella figura del fanciullino nella poetica di Pascoli, in cui l’uomo adulto aveva il compito di dare voce attraverso la poesia al proprio fanciullino interiore, ovvero alle proprie facoltà intuitive e analogiche, tipiche di un’età innocente e pura come la fanciullezza, esaltata dal poeta romagnolo come età di
primato gnoseologico e morale.
E d’altronde l’intera storia della nostra civiltà è accompagnata da un’ansia di rigenerazione: da sempre si è cercata una via di salvezza dalla dannazione del mondo terreno e corrotto per un ritorno alla purezza, affidando ad un singolo il compito di salvare l’umanità intera (si pensi a Gesù Cristo come al puer della IV ecloga delle Bucoliche virgiliane, o più recentemente al mito new age dei bambini indaco), o aspettando invano l’avvento di una nuova era (nelle eresie del tipo di quella di Gioacchino da Fiore come nei più recenti culti dell’Età dell’Acquario).

Una volta riconosciuta l’importanza attribuita alla purezza occorre chiedersi: come mai essa è tanto stimata da noi occidentali? Perché si arriva a tal punto da credere che tutta la sapienza posseduta dal più sapiente dei sapienti non valga l’abilità di poter osservare il mondo con gli occhi di un bambino (convinzione questa condivisa sia dalla maggioranza dei moderni che da Nietzsche, quando afferma che il fanciullo con il suo riso spensierato sia ciò che più si avvicina all’Übermensch e alla sua accettazione della realtà)?
Ritengo che per ricercare le cause del primato assiologico della purezza occorra considerarla come il contrario di qualcos’altro, e mi sembra altresì evidente che la purezza sia il contrario della conoscenza. In effetti abbiamo detto che la purezza è una qualità dell’infanzia, e più un bambino è piccolo e più è puro, poiché ignora più cose del mondo che lo circonda. “Omnia munda mundis” (Tutto è puro ai puri) sosteneva San Paolo, e infatti è ritenuto puro di mente chi spesso ignora le malignità e malizie del mondo materiale. Insomma più si progredisce nella conoscenza del mondo, più la purezza e il candore passati si allontanano: quando la conoscenza delle cose aumenta, la
purezza diminuisce.
Il valore attribuito alla purezza risulta quindi inevitabilmente essere sintomo del ripudio verso la conoscenza delle cose, e cioè del rifiuto del mondo che è condiviso, sia apertamente che nascostamente, dalla maggior parte degli uomini. La ricerca della purezza e della salvazione non è altro che una ricerca di una via di fuga dal mondo maligno e indifferente nei nostri confronti, verso un aldilà al quale riteniamo di appartenere.
A pensarci bene questa conclusione ci è anche suggerita dal mito di Adamo ed Eva: i due antenati hanno perso la loro purezza e si sono vergognati di essere nudi quando hanno assaggiato il frutto dell’Albero della Conoscenza. E allora si può anche suggerire che a noi uomini, loro progenie costretta ad assaggiare il frutto proibito, esso sia rimasto ancora un boccone indigesto, e stia ancora nel nostro stomaco, a marcire causandoci nausea e disgusto verso la realtà che ci sta davanti e tutt’intorno.

Individuate le cause del nostro amore per la purezza si apre ora una nuova questione: dobbiamo noi ora continuare a perseverare nel vano tentativo di tornare a un passato di incoscienza e purezza, o dobbiamo cercare di digerire il frutto dell’Eden, di raggiungere non la fanciullezza passata, ma la maturità futura? E se scegliamo di percorrere il secondo sentiero, finora poco battuto, in che modo possiamo raggiungere la nostra meta?

– Riccardo Costantini

“Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità” – Wislawa Szymborska

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Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere.

Feelings come, feelings go

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A volte abbiamo la sensazione che le giornate passino una dopo l’altra senza lasciarci niente. Scivolano fra le nostre dita, e ci ritroviamo in un turbine confuso di emozioni senza riuscire a fare ordine nei pensieri. Altre volte tratteniamo e schiacciamo le emozioni, decidiamo di non sentire, di non ascoltare ciò che ci vogliono dire. O ancora, le giudichiamo e ci rifiutiamo di affrontarle.

E se invece di trattenere le emozioni le lasciassimo uscire e respirare? Non esiste una “buona” o una “cattiva” emozione. Spegniamo per un attimo quella parte di noi che vuole a tutti i costi dare un giudizio, distinguere, dominare. Osserviamo con attenzione, e quando l’emozione si delinea meglio davanti a noi diamole il permesso di prendere il sopravvento. Ora è una parte di noi, ma domani non lo sarà più. Non dobbiamo condannarci per averla provata, né aver paura di non poterla sentire mai più.

Ma possiamo documentare come ci sentiamo di giorno in giorno.

Quanto dolore nel cuore di Picasso passò attraverso le sua immaginazione, e da lì alle setole del pennello, assunse sfumature azzurre fino a costruire la sua stessa immagine… gli autoritratti del dolore del cosiddetto periodo blu.

Quindi perché non fare lo stesso? Prendiamoci un momento di pausa, a tu per tu con il nostro sentimento, diamogli parola, immagine, colore; ascoltiamolo e facciamolo fiorire per quello che è e solamente per quello che è. Niente giudizio o aspettative. Nessuna esaltazione o umiliazione. Questi sono momenti per noi stessi e per nostro assoluto beneficio, lasciamoci alle spalle tutto quello che è superfluo.

Poi esprimiamoci. Molti sono gli strumenti che possiamo utilizzare, poco importa. Nemmeno la complessità nelle nostre abilità deve essere da ostacolo. Non si tratta di impressionare qualcuno, nemmeno noi stessi. Senza pensarci troppo, abbassiamo lo sguardo e guardiamoci dentro, affrontiamo il nostro sentimento e diamogli sfogo: prendiamo una penna, velocemente, cogliendo l’attimo. Scaraventiamoci su un pezzo di carta, componiamo tratti incisivi, graffianti, impressi violentemente nella carta. Il mio dolore. O decisi ma non violenti, rilassati, ma non lenti. La mia felicità. Ogni emozione e ogni sua sfaccettatura merita di essere ritratta.

Non solo il disegno può essere un farmaco per ciò che sentiamo dentro di noi. Scrivere, ballare, prendere a pugni un sacco in palestra, parlare, viaggiare, comporre musica…

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E alla fine poco importa se la nostra emozione su carta, o le parole che abbiamo composto non saranno simili al nudo blu di Picasso o a un verso doloroso di Zbigniew Herbert, perché è opera nostra e delle nostre emozioni. Siamo noi. Su carta.

– Rachele + Agata + Carollo

Molto forte incredibilmente vicino // Jonathan Safran Foer

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La sua attenzione riempì il buco che avevo al centro di me stessa.
Ritornai l’indomani. E l’indomani ancora. Smisi di cercare lavoro. Contava solo lui che li guardava. Ero pronta a crollare, se si fosse giunti a quello.
Ogni volta era uguale.
Parlava di ciò che voleva fare.
Gli dicevo che avrei fatto tutto quello di cui aveva bisogno.
Bevevamo caffè.
Non parlavamo mai del passato.
Lui apriva la canna fumaria.
Nell’altra stanza gli uccelli cantavano.
Mi spogliavo.
Lui mi metteva in posa.
Mi scolpiva.
Qualche volta pensavo a quelle cento lettere sparpagliate sul pavimento della mia stanza da letto. Se non ne avessi avute la nostra casa, bruciando, avrebbe fatto meno luce?
Nell’altra stanza cantavano gli uccelli.
Stavamo cercando un compromesso accettabile.
La settimana dopo mi fece sollevare le gambe, e quella dopo ancora venne dietro di me. Era la prima volta che facevamo l’amore. Avevo voglia di piangere. Mi chiesi: Ma perché mai la gente fa l’amore?
Guardai la statua incompiuta di mia sorella, e la ragazza incompiuta ricambiò il mio sguardo.
Ma perché mai la gente fa l’amore?
Camminammo insieme fino alla panetteria del nostro primo incontro.
Insieme e separatamente.
Ci sedemmo a un tavolo. Sullo stesso lato, verso le vetrine.
Non avevo bisogno di sapere se lui poteva amarmi.
Dovevo sapere se poteva avere bisogno di me.
Andai alla prima pagina bianca del suo taccuino e scrissi: Sposami ti prego.
Lui guardò le sue mani.
SI e NO.
Ma perché mai la gente fa l’amore?
Prese la penna e scrisse sulla pagina successiva, l’ultima: niente figli.
Fu la nostra prima regola.
Capisco, gli dissi in inglese.
Non parlammo mai più in tedesco.
Dopo una settimana tuo nonno e io eravamo sposati.

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Quella sera, mentre papà mi rimboccava le coperte e stavamo parlando del libro, gli avevo chiesto se non gli veniva in mente una soluzione a quel problema. “Quale problema?” “ Il problema che siamo relativamente insignificanti.” Lui mi ha detto: “Mah… cosa succederebbe se un aereo ti lasciasse al centro del deserto del Sahara, e tu raccogliessi un singolo granello di sabbia con le pinzette e lo spostassi di un millimetro?” Ho risposto: “Probabilmente, morirei disidratato”. E lui: “No, intendo solo in quel momento, quando sposti il granello. Cosa vorrebbe dire?” “Non lo so. Cosa?” Lui mi ha detto: “Pensaci”. Ci ho pensato. “Credo che avrei spostato un granello di sabbia.” “E questo significherebbe che…?” “Il fatto che ho spostato un granello di sabbia?” “Significherebbe che hai cambiato il Sahara.” “E allora?” “ Allora? allora, il Sahara é un grande deserto ed esiste da milioni di anni. E tu lo avresti cambiato!” “ E’ vero!” ho detto alzandomi a sedere. “ Avrei cambiato il Sahara” “E significherebbe che…?” Mi ha chiesto ancora lui. “ Cosa? Dimmelo tu” “ Be’ non sto parlando di dipingere la gioconda o di sconfiggere il cancro, ma solo di spostare di un millimetro quell’unico granello di sabbia.” “E allora?” “Se non l’avessi fatto la storia dell’uomo sarebbe andata in un modo.” “Si?” “Ma tu lo hai fatto…?” Mi sono alzato in piedi sul letto, ho puntato le dita verso le finte stelle e ho gridato: “Ho cambiato il corso della storia dell’uomo!” “ Proprio così.” “Ho cambiato l’universo!” “Esatto”. “Sono Dio!” “Sei ateo.” “Non esisto!” Mi sono ributtato sul letto, tra le sue braccia, e ci siamo scompisciati tutti e due.

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L’aeroporto era pieno di gente che andava e veniva. ma c’eravamo solo tuo nonno ed io.
Presi il suo quaderno e cercai tra le pagine. Indicai: Che frustrazione, che cosa patetica, che tristezza.
Lui cercò nel diario e indicò: il modo in cui mi ha dato quel coltello.
Io indicai: Se fossi stato un altro in un mondo diverso avrei fatto qualcosa di diverso.
Lui indicò: A volte uno ha voglia di sparire e basta.
Io indicai: Non c’è niente di male a non capire se stessi.
Lui indicò: Che tristezza.
Io indicai: E non direi di no a qualcosa di dolce.
Lui indicò: Pianse, pianse, pianse.
Io indicai: Non piangere.
Lui indicò: A pezzi e frastoranti.
Io indicai: Che tristezza.
Lui indicò: A pezzi frastornati.
Io indicai: Qualcosa.
Lui indicò: Niente.
Io indicai: Qualcosa.
Nessuno indicò: Ti amo.
Non c’era modo di girarci attorno. Non potevamo scalarlo, né camminare fino a trovarne il confine.
Che rimpianto, pensare che serve una vita per imparare a vivere una vita, Oskar. Perché se potessi rivivere la mia vita mi comporterei diversamente.
Cambierei la mia vita.
Bacerei il maestro di pianoforte anche se rideva di me.
Salterei sul letto con Mary, anche a costo di rendermi ridicola.
Manderei in giro le brutte fotografie, a centinaia.
Cosa faremo? Scrisse lui.
Dipende da te, dissi.
Lui scrisse: Voglio andare a casa.
Cos’è casa per te?
Casa è il posto con più regole.
Io lo capivo.
E dovremo fissare altre regole, dissi.
Per renderla più casa.
Sì.
Va bene.

– Capraeeeeelefante