Demian // Herman Hesse

“A casa non si arriva mai, ma dove confluiscono vie amiche, il mondo per un istante sembra casa nostra.”

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“Eppure, non volevo tentare di vivere se non ciò che spontaneamente erompeva da me, era mai tanto difficile? I poeti, quando scrivono romanzi, si comportano come se fossero Dio e potessero abbracciare con lo sguardo la storia di un qualche uomo, come se Dio la narrasse a sé stesso, senza veli, e del tutto veritiera. Io non posso, come non possono gli scrittori. La mia storia però ha per me più importanza di quanta non ne abbia per qualche scrittore la sua; infatti è la mia, la storia di un uomo, non inventato e possibile, non ideale o in qualche modo non esistente, ma di un uomo vero, unico, di un uomo che vive. Certo che cosa sia un uomo realmente vivo si sa oggi meno che mai, e perciò si ammazzano gli uomini in grandi quantità, mentre ognuno di essi è un tentativo prezioso è unico della natura. Se non fossimo qualcosa in più di uomini unici, se si potesse veramente togliere di mezzo ognuno di noi con una pallottola, non ci sarebbe ragione di raccontare storie. Ogni uomo però non è soltanto lui stesso; è anche il punto unico, particolarissimo, in ogni caso importante, curioso, dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola, senza ripetizione. Perciò la storia di ogni uomo è importante, eterna, divina, perciò ogni uomo fintanto che vive in qualche modo e adempie il volere della natura è meraviglioso e degno di attenzione. In ognuno lo spirito ha preso forma, in ognuno soffre il creato, in ognuno si crocifigge un Redentore. Oggi pochi sanno che cosa sia l’uomo. Molti lo sentono e perciò muoiono con maggior facilità, come io morirò più facilmente quando avrò finito di scrivere questa storia. Non posso dire di essere un sapiente. Fui un cercatore e ancora lo sono, ma non cerco più negli astri e e nei libri: incomincio a udire gli insegnamenti che fervono nel mio sangue. La mia storia non è amena, non è dolce e armoniosa come le storie inventate, sa di stoltezza e confusione, di follia e sogno, come la vita di tutti gli uomini che non intendono più mentire a se stessi. La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l’accenno di un sentiero. Nessun uomo è mai stato interamente lui stesso, eppure ognuno cerca di diventarlo, chi sordamente, chi luminosamente, secondo le possibilità.”

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“Certo, io credo” proseguì Demian “che la storia di Caino si possa intendere anche diversamente. La maggior parte delle cose che ci insegnano sono vere e giuste, ma si possono guardare anche da un altro lato, diverso da quello dei maestri, e allora acquistano per lo più un significato migliore. A proposito di Caino e del marchio sulla fronte, non si può rimanere soddisfatti della spiegazione che ci danno. Non ti pare? Che uno ammazzi il fratello in una lite può capitare certamente ed è anche possibile che poi prenda paura e si dia per vinto. Ma che per la sua vigliaccheria riceva un marchio che lo protegge e spaventa tutti gli altri, è proprio strano.”
“Giusto” approvai con interesse. La faccenda cominciava a prendermi. “Ma quale altre spiegazione si può dare?”
“Semplice. Ciò di cui si trattava, l’elemento col quale la storia ebbe inizio era il marchio. C’era un uomo che aveva in faccia qualche cosa che agli altri incuteva paura. Essi non osavano toccarlo, metteva soggezione, lui e i suoi figli. forse, anzi di sicuro, non era vero e propri segno in fronte, come un timbro postale; è difficile che la vita operi in modo così rozzo. Doveva essere piuttosto qualche cosa di strano e appena percettibile, più spirito e coraggio nello sguardo di quanto si è abituati a vedere.”

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«Noi leghiamo sempre troppo stretti i limiti della nostra personalità. Attribuiamo alla nostra persona soltanto ciò che ci appare individualmente diverso e differente. Ma noi, ognuno di noi è tutto il complesso del mondo, e come il nostro corpo ha in sé le tavole genealogiche dello sviluppo su su fino al pesce e più indietro ancora, così abbiamo nell’anima tutto ciò che mai è vissuto in anime umane. Tutti gli dèi e i diavoli che sono esistiti sia tra i greci e i cinesi, sia fra gli zulu, tutti sono dentro di noi come possibilità, come desideri o vie d’uscita. Se l’umanità si estinguesse tutta, tranne un unico bambino di mediocre intelligenza che non avesse avuto alcuna istruzione, questo bambino ritroverebbe intera la via delle cose e saprebbe riprodurre tutto, dèi e demoni, paradisi, leggi e divieti, antichi e nuovi testamenti.»

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“Ciò che verrà va oltre ogni immaginazione. L’anima europea è una bestia che visse incatenata un tempo infinito. Quando sarà libera i suoi primi moti non saranno dei più piacevoli. Ma poco contano le strade e i rigiri, purché venga alla luce la vera miseria dell’anima che da tanto tempo si cerca di nascondere e di smorzare con menzogne.
Allora verrà il nostro giorno, allora avranno bisogno di noi, non come capi o nuovi legislatori (noi non vedremo più le nuove leggi) ma come volonterosi pronti a metterci in cammino e ad andare dove il destino ci chiama.
Tutti gli uomini, ecco, sono disposti a fare l’incredibile quando vedono i loro ideali in pericolo. Ma nessuno si fa vedere quando un ideale nuovo, un nuovo e forse pericoloso moto di crescita bussa alla porta. I pochi pronti a marciare saremo noi. Per questo siamo segnati, come Caino era segnato affinché suscitasse odio e paura e spingesse l’umanità di allora da un idillio ristretto verso pericolose lontananze. Tutti gli uomini che hanno influito sull’andamento dell’umanità erano, senza distinzione, capaci e attivi perché pronti a subire il loro destino.”

– Capraeeeeelefante

 

Egon Schiele, “L’abbraccio”.

Tra le pieghe di un lenzuolo, due corpi si stringono l’uno all’altro. I lunghi capelli di lei sfiorano il pavimento, il volto di lui ne sente l’odore. Si stanno amando.

“…les enfants qui s’aiment
Ne sont là pour personne
Et c’est seulement leur ombre
Qui tremble dans la nuit
Excitant la rage des passants
Leur rage leur mépris leurs rires et leur envie” 

Jaques Prévert.

Schiele lo dipinge nel 1917, mentre fuori infuria la Grande Guerra. I due amanti sono in un loro mondo, onirico, eterno ed unico, non comprensibile ad altri, distaccato all’orrore che avviene fuori : bombe, soldati, massacri, vetri rotti, urla, sofferenza, dolore. Nulla di questo sfiora i due, con il loro abbraccio che si trasforma in una morsa, in un disperato attaccamento alla vita. Lei si aggrappa saldamente a lui, come se fosse un porto sicuro.

Le pennellate nervose e vischiose, uniche ed ineguagliabili, caratteristiche di Schiele, descrivono le due figure, la cui pelle appare già  livida e terrea come quella dei cadaveri.

L’ultimo disperato atto d’amore si è consumato. I due amanti sembrano destinati al distacco inesorabile, ma le loro anime resteranno per sempre legate in quel disperato e straziante abbraccio.

– Anastasia

A proposito di “Call me by your name”…

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Attenzione!! Questo articolo contiene alcuni (parecchi) spoiler quindi… se non hai ancora visto Call me by your name cosa stai aspettando? Corri al cinema!! (E fatti un piacere: guardalo in lingua originale con i sottotitoli!! Fidati, ci ringrazierai).
Se invece hai visto il film e condividi l’entusiasmo della redazione tuffati immediatamente nella sezione dei commenti o sul nostro instagram (@lastronautablog) e dicci cosa ne pensi!
Un’ultima annotazione… questa più che una recensione è una raccolta delle nostre impressioni sparse sul film nella forma di delirio (certe cose vanno specificate).

Questo film mi ha distrutta e riportata in vita allo stesso tempo.
E’ restato impresso in me con una forza e una vividità incredibili. L’ho guardato due volte ma potrei rivederlo una terza, e una quarta, e una quinta senza mai stancarmi.
La fotografia è qualcosa di spettacolare. Immersiva, pensierosa, quieta. Si sofferma su dettagli di luce, su profumi e atmosfere, che magicamente riesce a trasmettere attraverso le immagini. Ci sono molte inquadrature statiche che riprendono i costumi appesi ad asciugare, le bici appoggiate al muro, la pioggia sui gradini, assaggi della natura e della calura nelle quali la villa è immersa. Ognuno di questi momenti è assolutamente essenziale. La prospettiva delle inquadrature è sempre tale da rendere i personaggi e gli spazi quasi tangibili, e questo rende il film un’esperienza totale nella quale si è rapiti completamente; pare davvero di essere spettatori non da una sala di cinema ma da un’angolino della villa, dal bordo della strada sulla quale Elio e Oliver sfrecciano in bicicletta, dal prato sotto gli alberi del giardino.

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L’amore fra Elio e Oliver si dipana lentamente, sequenza per sequenza, battuta per battuta. Sono i dettagli più piccoli a narrare il groviglio di emozioni che nasce in Elio, o i moti quasi invisibili dell’anima di Oliver.
Il film non vuole mai affrettare gli eventi. Non salta pezzi, non spinge avanti ma si prende il suo tempo. Ogni sguardo, parola e occhiata fra Elio e Oliver vengono riprese con attenzione e con delicatezza, senza forzature, senza sbrodolamenti sdolcinati, ma in modo assolutamente realistico e naturale.
Scorre e tu spettatore scorri con esso. Sono due ore lunghe e intense, ricche, dense. Sono poche le scene che avrei eliminato senza pensarci due volte.
I dialoghi sono un miscuglio sapiente di detto e non detto. Riprendono essenzialmente la chimica e il legame profondo che si sviluppa fra Elio e Oliver. Il modo in cui si innamorano, il modo in cui comunicano una volta che il loro amore è presente, trascinante e indiscutibile. Sempre con leggerezza. Non c’è bisogno di fare chissà quale dichiarazione. Si guardano e semplicemente sanno. L’attrazione è fluida e presente, permea ogni scena. Il loro amore è un garbuglio giocoso, una via di mezzo fra un abbraccio e una lotta.

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Ispira una voluttà profonda. Il piacere di vivere. Le nuotate al fiume, i libri, la musica, le biciclettate. Sembra di sentire sulla propria pelle ogni momento di quell’estate, e ci riporta alle estati e agli amori che ognuno di noi ha (o non ha) vissuto. La nostalgia stampa un’impronta ben precisa sin dalla primissima scena. Ma la sensazione che lascia il film è dolce, è quella di un eterno presente senza tensioni, anche se carico di confusione e novità. Questo è uno dei motivi per cui Call me by your name mi è restato da qualche parte fra il petto e la pancia, è sempre lì, uno struggimento, un piccolo sorriso interiore, un calore inestinguibile.
Le ultime scene, dopo la partenza di Oliver, sono un crescendo di emozioni che culmina con il finale, di una bellezza commovente. Il discorso del signor Perlman racchiude tutto ciò che un padre dovrebbe trasmettere ai suoi figli sull’amore e ciò che ho percepito come lo spirito del film: quello che conta è non uccidere il dolore, non uccidere il piacere, vivere e sentire pienamente la gioia come la tristezza.

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La purezza del personaggio di Elio, la sua personalità, vengono esaltate in ogni scena grazie alle superbe doti di attore di Timothée Chalamet. In un incredibile miscuglio di confidenza e impaccio derivante dalla giovane età, Elio non si maschera (quasi) mai. Quando agisce d’impulso sembra stupire persino se stesso. Non sa mai cosa fa, oppure è perfettamente cosciente e manovra ogni situazione? Timothée impersona il suo ruolo esponendosi e rendendosi completamente vulnerabile, lasciando ampio spazio alla complessa sfera emozionale del personaggio, sempre con incredibile naturalezza. L’ultimissima scena può essere considerata come il suo piccolo capolavoro: un primo piano sul volto di Elio che piange per quattro lunghi minuti. Il film si chiude al picco della commozione, nuda e cruda, che lega il protagonista allo spettatore.
D’altro canto in Oliver, interpretato altrettanto magistralmente da Armie Hammer, si riesce ad intravedere la continua lotta interiore di uno spirito acuto e vigile, che conosce se stesso come conosce gli altri, che lavora sulla sua interiorità e sulle sue debolezze, che è rispettoso fino alla fine, stabile e presente per sorreggere Elio nei momenti in cui si sente perso, sempre completamente immerso in ciò che sta facendo. Anche Armie mette la sua emozionalità al servizio di Oliver, calandosi perfettamente in lui e arricchendolo con la sua interpretazione.
E vogliamo parlare della colonna sonora? Mistery of love e Visions of Gideon di Sufjan Stevens sono due piccole perle che incapsulano perfettamente l’atmosfera sognante del film. La commozione sale ogni volta che parte una di queste due canzoni. E poi Une barque sur l’ocean di Ravel che accompagna con delicatezza l’estate senza tempo nella quale Elio e Oliver vivono il loro amore.

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– Agata

‘Freud o l’interpretazione dei sogni’ al Piccolo Teatro Strehler


dal 23 gennaio al 11 marzo 2018

«Ogni epoca ha un paio di libri, non di più, che la riassumono completamente. Al punto tale da esserne una sorta di catalogo. Il Novecento è L’Interpretazione dei sogni di Freud. Noi siamo figli di quel libro. Ecco la necessità e la bellezza di dedicare una produzione di questa importanza a un’opera forse mai portata in scena».

Così l’autore, Stefano Massini, spiega le motivazioni di un impegno artistico che l’ha portato ad elaborare per le scene il lavoro principale di Freud interpolandolo con altri suoi scritti.

“Freud o l’interpretazione dei sogni” è il lavoro di un Uomo, che decide di guardarsi dentro, di capirsi, di conoscersi e di superare quella impercettibile, ma al tempo stesso definita, barriera che esiste tra il mondo reale e quello dei sogni; due creati a prima vista non interscambiabili, uno estremamente concreto, tangibile e reale, l’altro terribilmente astratto e folle, ma tutt’e due sono, come si scopre, ineluttabili. Il sogno è la creazione alienata della nostra stessa mente oppure una rievocazione e un richiamo al nostro passato, ai nostri errori, alle più grandi paure, nonché desideri?

“Perché il sogno, come dice Freud, è fatto con materiali di scarto della nostra psiche, non con i materiali essenziali, non con quelli prioritari della nostra interiorità.”

Da dove provengono essi e con che fini ci si presentano davanti agli occhi della mente? E’ possibile spiegare qualche cosa di talmente incomprensibile, senza risultare pazzo agli altri o almeno a se stesso?

Lo spettacolo è reso particolarmente gradevole grazie alla struttura del testo che “è molto simile, nella sua rapidità, alla drammaturgia del montaggio cinematografico: come in un film di Hitchcock il lettore e lo spettatore desiderano arrivare al punto finale, alla scoperta, alla soluzione.

Una soglia tra l’interiorità di tutti noi e ciò che ci si presenta davanti agli occhi, un abisso tra l’immaginario e l’autentico, tra il mistero e l’evidenza, tra il sonno e la veglia è già sul palcoscenico.

– Anastasia

Galassia // mixtape

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Le canzoni si susseguono una dietro l’altra come gocce d’acqua. Come quando guardi il cielo la notte e vedi una stella, e poi un’altra, e un’altra ancora. Galassia è per quelle sere. Il momento giusto per riflettere, leggere, non pensare a niente o pensare a tutto in una volta sola. Profumo di lavanda, un pizzico di malinconia, melodie liquide, tè con miele. Guance rigate, onde placide, un sentiero che percorri seguendo l’istinto, inventando ogni curva ogni bivio ma andando avanti nonostante tutto. Boccioli e succo di limone. Voci diverse sulle quali adagiarsi come su una nuvola. Non cercare di dissipare la nebbia. Trasformati in nebbia, solo per un’ora. Poi ti risveglierai, e ti accorgerai che era solo il vapore della tua tazza di tè.

– Agata

Le onde // Virginia Woolf

È con immenso piacere che vi presentiamo la nuovissima rubrica “Frammenti” tenuta da Capraeeeelefante. Si tratta di recensioni di libri un po’ particolari: viene presentato il libro scelto attraverso dei frammenti del libro stesso connessi a un’immagine. Verrà pubblicata una recensione al mese. Per il mese di Gennaio, Capraeeeelefante vi propongono Le onde di Virginia Woolf.

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– Vedo un cerchio – disse Bernard, – che pende sulla mia testa. Oscilla e pende in un anello di luce.
– Vedo una macchia gialla – disse Susan, – che si allarga finché incontra una striscia viola.
– Sento un suono – disse Rhoda, – cip, cip, cip, cip; più forte, più piano.
– Vedo un globo sospeso – disse Neville, – che goccia sui fianchi enormi della collina.
– Vedo una nappa rosso cremisi – disse Jinny, – intrecciata di fili d’oro.
– Sento qualcosa che scalpita – disse Louis. – Una bestia enorme è tenuta per il piede in catena. Scalpita, scalpita, scalpita.
– Guardate la ragnatela all’angolo del balcone – disse Bernard. – Contiene delle perle bianche, delle gocce di luce bianca.
– Le foglie si raccolgono intorno alla finestra come orecchie appuntite – disse Susan.
– Un’ombra cade sul sentiero – disse Louis, – sembra un gomito piegato.
– Isole di luce nuotano nell’erba – disse Rhoda. – Piovono dagli alberi.

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Una notte, una stella corre veloce sopra le nubi, e le dissi: “Consumami”. Fu in piena estate, dopo la festa in giardino e l’umiliazione di quella festa. Il vento e la tempesta hanno dato il colore a luglio. Ma cadaverica, orrenda ci fu nel mezzo la pozzanghera grigia, giù in cortile, e io con una lettera in mano, che portavo un messaggio. Arrivai alla pozzanghera. Non riuscii ad attraversarla. Persi l’identità. Non siamo nulla, mi dissi, e crollai. Volai via come una piuma, vorticai dentro a un tunnel. Più con grande cautela spinsi avanti un piede, mi appoggiai con una mano al muro di mattoni rossi. Ritornai in me con grande fatica, rientrai nel mio corpo, superai la pozza grigia, cadaverica. Ecco la vita a cui mi consegno.

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Lascia allora che io ti crei. (Tu hai fatto altrettanto per me.) In questa bella, chiara giornata di ottobre che sta ormai finendo, sei disteso su questa sponda assolata e guardi le barche che scivolano via tra i rami pettinati del salice. E vorresti essere un poeta, ti piacerebbe essere un amante. Ma sono proprio la splendida chiarezza della tua intelligenza, l’onestà spietata del tuo intelletto a bloccarti. Non indugi in mistificazioni. Non ti nascondi dietro a nuvole rosate, o gialle. Ho ragione? Ho interpretato correttamente il gesto impercettibile della tua mano sinistra? Se è così, dammi le tue poesie; consegnami i fogli che hai scritto la notte scorsa in un tale fervore ispirato che ora un po’ ti vergogni. Perché non ti fidi dell’ispirazione, né della tua, né della mia. Insieme, attraverso il ponte, passando sotto gli olmi, torniamo nella mia stanza, dove, chiusi da pareti, con le tende di sargia rossa tirate, ci difenderemo dalle voci che vi distraggono, dai profumi e dagli aromi del tiglio, dalle altre vite.

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– È odio, è amore – disse Susan. – È un torrente infuriato nero-carbone che dà il capogiro solo a guardarlo. Ci teniamo su una sporgenza, ma se guardiamo giù, ci vengono le vertigini.
– È amore – disse Jinny, – è odio, come quello che prova per me Susan, perché una volta ho baciato Louis in giardino, perché, per come mi presento, appena arrivo lei subito pensa: “Le mie mani sono rosse”, e le nasconde. Ma l’odio tra di noi quasi non so distingue dall’amore.

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– Ho vinto – disse Jinny. – Ora tocca a te. Io mi devo buttare a terra, ansimo. A forza di correre non ho più fiato, tale è l’ansia del trionfo. A forza di correre, per il trionfo, mi si è svuotato. Il sangue dev’essere rosso acceso, ribolle, pulsa. Le piante dei piedi mi prudono, come se dentro vi si aprissero e chiudessero anelli di ferro. Vedo distintamente ogni filo d’erba. Ma dietro la fronte, dentro gli occhi, qualcosa batte così forte, che tutto fuori danza – la rete, l’erba; le facce svolazzano come farfalle, gli alberi sembra che saltino su e giù. Non c’è niente di fermo, niente di stabile, in questo universo. Tutto freme, tutto vibra, tutto è velocità e trionfo. Ma poi, quando distesa sulla terra dura, vi guardo giocare, comincio a provare il desiderio di essere prescelta, convocata, chiamata da qualcuno che viene a cercarmi, perché è attratto da me, non può starmi lontano, e mi si avvicina mentre sto seduta sulla mia bella sedia dorata, con la gonna che mi si forma intorno come un fiore. E ritirandoci in un’alcova, oppure soli sul balcone, parliamo.

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– In questo silenzio – disse Susan, – nessuna foglia, pare, cadrà mai, nessun uccello canterà.
– Come se fosse successo un miracolo – disse Jinny, – e la vita si fosse fermata qui e ora.
– E non avessimo – disse Rhoda – più tempo da vivere.
– Ma ascoltate – disse Louis – il mondo, come muove attraverso gli abissi dello spazio infinito. Rimbomba. La striscia illuminata dalla sstoria è trascorsa e così i Re e le Regine. Noi siamo morti, la nostra civiltà, il Nilo, la vita tutta. Le nostre gocce, separate, si sono dissolte. Siamo tutti estinti, dispersi nell’abisso del tempo, nelle tenebre.
– Il silenzio cade, il silenzio cade – disse Bernard. – Ma ora ascoltate. Tic, tic, tuh, tuh: il mondo ci chiama di nuovo. Per un attimo, mentre passavamo al di là della vita, ho sentito i venti ululanti dell’oscurità. Poi tic, tic, tic (l’orologio), poi tuh, tuh (le macchine). Siamo atterrati. Siamo a riva. Siamo seduti tutti e sei intorno a un tavolo. È la memoria del mio naso che mi richiama a me stesso. Mi alzo: “Combatti!” grido; “Combatti!”, ricordandomi della forma del mio naso, e sbatto con fare pugnace il cucchiaio sulla tavola.”

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– Libera da scontri e collisioni, navigo sola bordeggiando bianche scogliere. Ma ecco che affondo, sprofondo. Quello è lo spigolo della credenza, questo è lo specchio della camera dei bambini. Ma s’allargano, s’allungano. Affondo nelle piume nere del sonno; le sue ali pesanti mi chiudono gli occhi. Traversando l’oscurità vedo le aiuole allungate, e la signora Constable che sbuca dal giardino erboso per dirmi che mia zia è venuta a prendermi. Oh, come vorrei svegliarmi dal sogno! Ecco, lì c’è il cassettone. Potessi strapparmi da queste acque! Invece si accumulano, mi si rovesciano addosso, mi sballottolano, io precipito, e mi ritrovo distesa tra queste luci lunghe, queste onde lunghe, questi sentieri senza fine, tra gente che spinge, che spinge.

– Capraeeeeelefante

Profumo d’arancia e scorza di limone

– Allora Agata, cosa fai per le vacanze di Natale?
Una domanda apparentemente semplice. La risposta potrebbe essere “starò a Milano” oppure “andrò a sciare” (cosa alquanto improbabile dato che non ho mai messo un paio di sci ai piedi) o ancora…
– Vado a raccogliere arance in Sicilia!
Lo dico con un sorriso, pronta ad intercettare lo sguardo confuso del mio interlocutore, pronta a spiegargli che sì, andrò davvero nelle campagne siciliane, in un baglio che un tempo apparteneva al mio bis-bis-nonno, a raccogliere arance in compagnia di una ventina di amici di tutte le età. La scuola è ricominciata da qualche giorno, è arrivato il 2018, ma io sento ancora attorno a me tutto il calore che questa esperienza mi lascia, ogni anno.

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Il volo è stato turbolento. I pensieri, più di tutto il resto, erano turbolenti. Il 29 dicembre, alle undici di sera, siamo atterrati all’aeroporto di Palermo in dieci. Tre famiglie, ancora per poco. Non ricordo molto di quella sera, se non il furgone che sfrecciava nella notte, tutti i paesaggi che conosco come il palmo delle mie mani sciolti in una massa nera, e la sensazione di qualcosa che si agitava nella gola, mentre le palpebre mi si appesantivano.

C’è voluto un giorno perché mi abituassi nuovamente alla mia Sicilia. La Rocca, così si chiama il baglio dove ho passato tutte le mie estati fin da quando ero piccola, è per me un luogo che ha qualcosa di sacro. Lontano dal resto del mondo, le uniche cose che contano qui sono gli amici, il mare, il cibo, la sensazione di abbondanza e di pace, la sensazione di trovarmi nel preciso punto della terra dove affondano le mie radici, la sorgente della mia energia. Passare dalla grigia Milano alla Rocca non è una cosa da niente. Ci vuole pazienza per immergersi nel ritmo placido del cortile. Ci vuole pazienza per adattare le mie parole a questo spazio calmo, dove posso prendermi il mio tempo, dove nessuno mi corre dietro e nessuno limita i miei orizzonti. La grande città mi insegna a raggomitolarmi e a richiudermi su me stessa. Qui mi schiudo nuovamente, anche se ci vuole un po’. Bisogna lasciare che la Rocca operi la sua magia.

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Ho mangiato la prima arancia. Seduta sull’erba, su collinette morbide di trifoglio, in fondo al campo, l’ho sbucciata con le dita e minuscole gocce di succo sono sprizzate in una nuvola dalla scorza, brillando nel sole per un attimo prima di dissolversi, sprigionando l’aroma inconfondibile e pungente di agrume. Ogni spicchio, uno alla volta. Mangiare come una specie di rituale.

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Il 31 mi sono svegliata presto. Qui tutto è diverso. Vestirsi significa infilare strati e strati di maglie, magliette e golfoni, tre paia di calze, i jeans che si possono rovinare nel campo, e per finire gli stivali di gomma rossi, che in dieci giorni ho tolto solo per andare a dormire.
Fare colazione significa salire nella grande sala dove ora ci sono tre tavoli uniti a formare un unica tavolata. Ci sono i biscotti con i semi di sesamo, quelli all’anice o al pistacchio, la brocca di spremuta, una caffettiera gorgogliante sempre sul fornello. Ogni giorno faccio colazione con persone diverse. Dipende tutto da quanto decido di restare sotto il piumone caldo. Finita la colazione c’è tempo appena per lavare i denti, e la raccolta è già cominciata.
– Da dove si inizia oggi?
– Se non sbaglio dovremmo finire il secondo filare…
– Però c’è un gruppetto che è andato a raccogliere i limoni nell’altro campo!
E’ durante l’inverno che la Sicilia diventa più rigogliosa, senza il caldo torrido che secca il suolo. A gennaio il campo è verde e rigoglioso, l’erba è tappezzata di fiori gialli di acetosella, che mi piace staccare, per poi succhiare la linfa asprigna e rinfrescante dal gambo.
Attraversiamo il campo con una cesoia e un paio di guanti, portando due o tre cassette vuote, e iniziamo a raccogliere. Si gira attorno all’albero, prendendo le arance più basse e a portata di mano, poi ci si addentra fra i rami fitti in una specie di abbraccio contorto, per arrivare fino ad afferrare l’arancia più alta. Le chiacchiere passano e scorrono di albero in albero, le cassette si riempiono, il sole si alza nel cielo.

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I fiori violetti del rosmarino sono finiti nella pasta insieme alla ricotta e alla scorza di limone. Abbiamo pranzato in terrazzo. Venti bicchieri, non uno uguale all’altro, che brillavano al sole. Qui le persone si imbelliscono incredibilmente. L’età, la stanchezza, le rughe non contano più. Ogni volto nell’aria dorata del dopopranzo splende glorioso. Ogni sorriso ne accende venti altri. Gli amori tornano in vita, il cibo ritrova il suo sapore, gli occhi il luccichio.

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Siamo andati in spiaggia, e la sabbia profumava di estate anche se fa freddo. Ci sono sempre le grandi onde che avanzano e gorgogliano, e il profilo dei monti che conosco così bene. Poi i ciottoli tondi come la luna quasi piena, alla quale mancava uno spicchio minuscolo.

Dopo la cena di capodanno siamo scesi nel campo buio. Abbiamo raccolto rami secchi e un paio di cassette rotte e abbiamo acceso un falò. Una vampata di caldo, e le fiamme improvvisamente sembravano scorrere dentro di me, un misto di brividi per il freddo della notte, per l’oscurità attorno, e di fremito gioioso per il nostro cerchio di volti ipnotizzati dalle scintille, pronti ad accogliere il nuovo anno nel più vivo dei modi, con il fuoco negli occhi. Abbiamo ballato in cerchio, abbiamo urlato alla notte e poi cantato in un coro improvvisato, abbiamo attizzato il fuoco e abbiamo lasciato che i brutti ricordi del 2017, che avevamo scritto su un foglietto di carta, bruciassero fino a diventare cenere. Li abbiamo lanciati tutti insieme nelle fiamme poco prima della mezzanotte, gridando ancora più forte per la gioia.
Alle tre di notte finalmente nel letto, ho fatto fatica ad addormentarmi, perché la testa non voleva smettere di parlottare, viaggiare e volteggiare, ovunque ma non sul cuscino.

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La Rocca salda. La sala è tiepida, la sera tardi, mentre aspettiamo la cena con il Fuffo che suona il pianoforte, gli altri che cantano, leggono, chiamano al telefono amici e parenti o si scaldano attorno alla stufetta. Il luogo più caldo della casa è la cucina, con quattro fornelli accesi e l’ennesima torta salata deliziosa di Titta che cuoce nel forno. Nel pentolone più grande sobbolle placida la marmellata all’arancia. Sarebbe bello se tutto questo non finisse mai.

– Agata

Una vita all’istante.

Una vita all’istante.
Spettacolo senza prove.
Corpo senza modifiche.
Testa senza riflessione.

Non conosco la parte che recito.
So solo che è la mia, non mutabile.

Il soggetto della pièce
va indovinato direttamente in scena.

Mal preparata all’onore di vivere,
reggo a fatica il ritmo imposto dell’azione.
Improvviso, benché detesti improvvisare.
Inciampo a ogni passo nella mia ignoranza.
Il mio modo di fare sa di provinciale.
I miei istinti hanno del dilettante.
L’agitazione, che mi scusa, tanto più mi umilia.
Sento come crudeli le attenuanti.

Parole e impulsi non revocabili,
stelle non calcolate,
il carattere come un capotto abbandonato in corsa –
ecco gli esiti penosi di tale fulmineità.

Poter provare prima, almeno un mercoledì,
o replicare ancora una volta, almeno un giovedì!
Ma qui già sopraggiunge il venerdì
con un copione che non conosco.
Mi chiedo se sia giusto
(con voce rauca,
perché neanche l’ho potuta schiarire tra le quinte).

Illusorio pensare che sia solo un esame superficiale,
fatto in un locale provvisorio. No.

Sto sulla scena e vedo quant’è solida.
Mi colpisce la precisione di ogni attrezzo.
Il girevole è già in funzione da tempo.
Anche le nebulose più lontane sono state accese.
Oh, non ho dubbi che questa sia la prima.
E qualunque cosa io faccia,
si muterà per sempre in ciò che ho fatto.

– Wislawa Szymborska

Empatia + Soleil noir

E M P A T I A
(quando capisci tutti
a volte persino te stesso)

voglio contorcermi
colibrì coleottero serpentello impazzito
piangere
tanto, senza misura freno pudicizia
svuotare gli occhi ed essere felice
di nuovo
soprattutto piangere dalla felicità
questa è la combinazione migliore;

conosci le ore e il tempo,
ma a te interessano solo i sorrisi
espressioni indecifrabili che colpiscono come
pezzi di vetro
respiri misti a singhiozzi misti a respiri
misti a sguardi
misti a profumi inconfondibili
a volte guardo gli occhi di Una Persona
e vedo riflessa me stessa;

voglio navigare nei colori con gli occhi chiusi
sognare la luna piena in una
notte di luna nuova
essere in ogni essere
umano
del mondo
vivere in tutti almeno un po’
come sole sulla faccia.

– Agata