Vorrei sapere

Vorrei sapere

Cos’è piangere per qualcuno. Cos’è piangere davanti a qualcuno. Cos’è cancellare uno strato di distanza alla volta e restare vicini con la pelle che si fonde.

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Perché associo un momento cristallizzato ad ogni canzone. Cos’è il fuoco impazzito che scorre nelle vene e il nettare che riempie il petto di follia e l’oro sulle spalle la luce nei capelli i lampi nello sguardo il ritmo di una risata di una camminata.

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Cos’è dormire vicini. Cosa sono le lenzuola tiepide ma vuote di cui parlano le canzoni e vorrei sapere se poi si intrecciano anche i sogni la notte. Cos’è essere fieri di qualcuno fino ad essere in lacrime. Cos’è rimanere privi di difese. Cos’è il bene cos’è il male castelli di attimi di fiocchi di neve di vento. Cos’è mangiare insieme. Cos’è l’amore. Perché dobbiamo stare tutti in equilibrio.

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Cos’è la rabbia e le mani che tremano e perché dovrebbero tremare. Cos’è la delusione. Cos’è non sapere niente ma sguazzarci dentro. Perché amo tutti e nessuno. Cos’è voler entrare nella testa degli altri. Cos’è intrecciare parole su parole e creare nel cervello un superavvolgimento di fili che forse sono spezzati ma non lo saprai mai.

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Cosa sono tutti gli schermi che mettiamo fra noi e il mondo. Perché è in qualche modo confortante avere gli occhi annebbiati di lacrime. Cos’è pensare la stessa cosa nello stesso istante. Cos’è amare incondizionatamente. Perché si tirano i sassi nel mare. Cosa vuol dire conoscersi. Com’è che amicizie diverse possono intersecarsi fra di loro. Quanti capelli ho. Quanti anni ancora. Come sarà e perché e dove finirò – questo non lo voglio sapere. Era una domanda retorica.

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Foto: Tommaso Ricci
Testo: Agata

Cosa sono io?

Cosa sono io? Per rispondere a questa domanda penso a cosa dovrebbe essere scritto sulla mia lapide una volta che sarò cibo per vermi.
Non voglio che il mio nome sia per sempre legato al luogo nel quale mi è capitato di nascere o vivere. Io non sono un italiano, io non sono un abitante di una città (che è solo un accumulo di cemento e asfalto), io non sono un abitante del pianeta Terra, nessuna di queste identificazioni può riuscire a raccogliere in sé il significato della mia esistenza.
Non voglio che per riassumere la mia identità si usi qualche sostantivo legato alle mie attività e idee (ad esempio “comunista” o “cristiano”). Io non sono uno strumento di un’ideologia, la quale per quanto mi possa convincere e possa essere da me sostenuta, sempre sarà solo un’idea, un abitante dell’iperuranio, uno spirito, dal quale io non voglio essere posseduto. Io sono reale, l’ideologia no.
Io non sono quello che faccio, io non sono il mio lavoro e le mie opere. Mai sommando tutte le manifestazioni del mio io nel mondo potrete ricostruire la complessità della forza che ne fu causa, e comunque mai potrete sperare di conoscere l’inespresso, il noumenico della mia personalità, con il quale io solo giacerò sotto terra.
Non voglio che sotto il mio nome sia scritto “figlio”, “fratello”, “marito” o “membro della
comunità”. Io non esisto per nessun altro che per me stesso, e per quanto possa passare la mia esistenza ad amare con tutto il mio essere sempre vi sarà in me una melodia che solo io possocantare, una storia che solo io posso raccontare.
Non voglio che vi sia scritto egoista, ché io non sono neppure il mio ego. Io in vita non fui la stessa cosa per più di dieci secondi, la mia personalità e i miei sentimenti non finirono mai di mutare di fronte ai miei occhi, ma io ne fui un semplice osservatore e niente più, un estraneo al mio stesso ego e alla mia stessa volubile identità.
Io non sono i miei averi, io non sono neppure questo corpo che mi è stato veicolo per così tanto tempo. Io lo ringrazio per il servizio che mi ha offerto e mi scuso per non averlo sempre onorato come forse meritava, e tuttavia io non sono mai stato esso, e ne è dimostrazione che quando morirò io cesserò di esistere, lui resterà estraneo al mio non essere. Io non sono res extensa.
Io non sono un’anima, io non sono pensiero. Il pensare è un’attività, e nessuno ha mai visto un’attività camminare su due gambe come me. Il mio pensiero, la mia coscienza non è che una della tante manifestazioni di quell’ombra infinita che io sono. Io non sono res cogitans.
Insomma cosa sono io? Io sono niente, io sono il nulla contrapposto ad ogni essere. Io sono una perturbazione attiva nella passiva staticità inconscia dell’universo. Io esisto solo in quanto contestazione della datità del mondo che mi circonda, io esisto solo come negazione di ogni fissità e di ogni gabbia deterministica, sia essa materiale o no. Eccola qui la mia essenza: il mio non essere, la mia indeterminabilità. E solo quando io non mi abbandono alla necessità dell’essere, solo quando io mantengo la mia contingenza dell’essere nulla, che io sono davvero
un essere umano.
Allora quando sarò morto io voglio che questo sia scritto sulla mia lapide sotto il mio nome: “nulla”.

“Ich hab′ mein Sach′ auf Nichts gestellt”
“Io ho fondato la mia causa sul nulla”
-Johann Wolfgang von Goethe

– Riccardo Costantini

Giugno 2018 // un diario visuale

Le giornate di giugno sono uno squarcio nell’estate. Mi ero dimenticata della sensazione di libertà assoluta che si prova in una macchina stracarica che corre verso il Sud, mi ero dimenticata com’è emozionante tornare a casa, in una casa che è tua e di tante altre persone, in mezzo alla campagna siciliana. E poi c’è il sole ovunque sulla pelle, la frutta fresca appena raccolta dall’albero, le zucchine dell’orto che non finiscono più, le giornate di mare calmo. Questa è una raccolta di impressioni, attimi catturati quasi senza l’intenzione di creare questo video. Il viaggio verso Napoli, poi il traghetto fino al porto di Palermo, e la vita che trascorre fra amici che vanno e amici che vengono.

“La velocità, per esempio, de’ cavalli o veduta, o sperimentata, cioè quando essi vi trasportano (…) è piacevolissima per sé sola, cioè per la vivacità, l’energia, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica…” – G. Leopardi, Zibaldone

– Agata

Imprigionat* // mixtape

Attenzione: prendere con ironia (tanta).

Musica per quando ti senti un vero uomo e sei in camera tua a lavorare da tutto il pomeriggio (anche se le cose da fare incombono minacciose su di te) su quel muscolo completamente inutile ma che a parer tuo (e probabilmente solo tuo) dà quel tocco di virilità che ti permetterà di passare anche al mare (nonostante tu le tette le abbia ancora, e per di più grandi), ma quando tua mamma entra per salutare la sua bambina tu tiri fuori una voce che farebbe invidia a Topolino.

E per una volta ti incazzi, con la disforia dimmerda e tutto il resto, e per evitare di dover ri-imbiancare la parete sporca di sangue (perché i muri non si rompono, ma le tue nocche si), ti precipiti fuori a correre per smaltire la rabbia (e già che ci sei quella ciccetta sui fianchi), e poi dagli auricolari ecco! Questo era quello che avevo bisogno di ascoltare!

-Ragazz* Anonim*

Flow // mixtape

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” – No, – disse fra sé la signora Ramsay, mettendo insieme alcune figurine ritagliate da Giacomo, un frigorifero, una falciatrice, un signore in frac, – i bambini non dimenticano. – Appunto perciò bisognava misurare in loro presenza atti e parole, ed era un sollievo mandarli a letto. Allora non occorreva più ch’ella pensasse a qualcun altro. Allora poteva essere se medesima e appartenere a se medesima. Da qualche tempo ella provava spesso il bisogno di riflettere un po’; forse non proprio di riflettere; ma di tacere, di star sola. Allora l’esistenza e l’azione, espansive, luccicanti, vocali, evaporavano in lei; e il senso di sé, in modo quasi augusto, si riduceva a un segreto cuneo d’ombra, a qualcosa d’occulto per gli altri. Pur continuando a scalzettare, impettita sulla sedia, ella si sentiva così trasformata; e il suo io, scisso da ogni legame, era libero per le più strane avventure. Quando la sua rivalità sprofondava per un istante, il campo delle esperienze le pareva senza confine.” – Virginia Woolf, Gita al faro

– Agata

Poesie // Saffo

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“Alcuni di cavalieri un esercito, altri di fanti,
altri di navi dicono che sulla nera terra
sia la cosa più bella, mentre io ciò che
uno ama.
Tanto facile è far capire
questo a tutti, perché colei che di molto superava
gli uomini in bellezza, Elena, il marito
davvero eccellente
lo abbandonò e se ne andò a Troia navigando,
e né della figlia, né dei cari genitori
si ricordò più, ma tutta la sconvolse
Cipride innamorandola.

E ora ella, che ha mente inflessibile,
in mente mi ha fatto venire la cara
Anattoria, che non mi è
vicina.
Potessi vederne il seducente passo
e il lucente splendor del volto
più che i carri dei Lidi e, in armi,
i fanti. ”

“Eros ha squassato il mio cuore, come raffica che irrompe sulle querce montane…”

Amanda-Brewster-Sewell,-Saffo,-1891
“A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
E ridi di un riso che suscita desiderio.
questa visione veramente
mi ha turbato il cuore nel petto:
appena ti guardo un breve istante, nulla mi è più possibile dire,

Ma la lingua si spezza, e subito
un fuoco sottile mi corre sotto la pelle,
e con gli occhi nulla vedo e rombano le orecchie
E su me sudore di spande e un tremito mi afferra tutta
e sono più verde dell’erba
e non lontana da morte sembro a me stessa
Ma tutto si può sopportare, poiché… “

“Non presumo di toccare il cielo…”

“O signore, (non ho proprio paura). No, per la dea…, non mi piace affatto essere troppo agitata (dalle ansie). Mi vince il desiderio di morire e di vedere le rive rugiadose di Acher(onte) fiore di loto.”

“Spesso ella si aggira punta dal ricordo e consuma il suo fragile cuore nel desiderio…”

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“… sinceramente vorrei essere morta. Lei mi lasciava piangendo
a lungo, e così mi disse: “Ah! Che pene spaventose
soffriamo, o Saffo. Davvero contro il mio volere ti lascio”.
Ed io così le rispondevo: “Va’ e sii felice e di me serba
memoria: tu sai quanto ti volevamo bene;

ma se non ricordi, allora io voglio farti ricordare
… tutti i momenti … e belli che abbiamo vissuto insieme:
(ché) accanto a me tu ponesti (sul tuo capo molte corone) di viole e di rose e di crochi
e intorno al collo delicato molte collane conserte fatte di fiori (incantevoli)
e con unguento floreale … e regale ti profumasti
e su morbidi giacigli … delicat- … placavi il desiderio …
e non c’era (festa) né sacrificio né … da cui noi fossimo assenti,
non bosco, non danza … fragore (dei crotali) …”

“(Sposa): Verginità, verginità, perchè mi lasci? Dove vai tu?
(Verginità): Mai più tornerò da te, mai più tornerò”

“È tramontata la luna con le Pleiadi, la notte è al mezzo, il tempo trascorre, e io dormo
sola…”

– Capraeeeeelefante

L’arte, opera teogonica

l'arte, opera teogonica

Da sempre all’arte sono state attribuite proprietà al confine col mistico, la capacità di innalzare l’animo dell’uomo ai confini dello spirito, nelle regioni dell’assoluto. D’altronde non è un caso che in uno dei miti più importanti della storia della civiltà occidentale (nonché fondante del movimento religioso noto come Orfismo), quello di Orfeo ed Euridice, il protagonista Orfeo ottenga dagli dei il divino privilegio di visitare il mondo dei morti per riportare la propria amata Euridice tra i vivi esclusivamente per la sua abilità nella musica e nella poesia, uniche facoltà capaci di portare l’umano a contatto col divino.
In filosofia il primo a intuire le potenzialità gnoseologiche dell’arte (distinta dalla tecnica) fu Platone, che riconobbe nell’arte icastica (realistica) e non fantastica le potenzialità per educare l’uomo allo studio e alla conoscenza della bellezza fisica (intesa come intuizione nella natura di perfetta armonia e proporzioni). L’arte figurativa e la musica in Platone non avevano però solo un ruolo propedeutico e introduttivo allo studio filosofico delle idee (che era ciò che realmente interessava il filosofo di Atene), in quanto è infatti possibile trovare un’ulteriore rivalutazione dell’opera artistica come attività semidivina che avvicina l’artista (che intuisce la perfezione nascosta nella realtà materiale e la riporta nella sua opera) alla figura del demiurgo (ente metafisico che plasma la materia a imitazione della perfezione manifesta del mondo delle idee).
Un significato simile a quest’ultimo fu attribuito all’attività artistica dal filosofo neoplatonico Marsilio Ficino, che riprendendo dal neoplatonismo di Plotino la concezione di mondo come emanazione dell’Uno, identificò il logos demiurgico che vivifica la materia e la plasma a forma delle idee perfette con l’eros, forza mediatrice tra spirito e materia, il cui strumento prediletto è la bellezza. Il mondo è quindi una grande opera d’arte realizzata da Dio (concetto questo che sarà ripreso da Galileo, secondo cui Dio scrisse la natura in termini matematici), intuirne e imitarne la bellezza è dunque una delle facoltà che più nobilita l’uomo e lo avvicina al suo sommo creatore. In Ficino più che in Platone l’arte assume una propria dignità gnoseologica indipendente dalla conoscenza filosofica, presupposto questo per l’estetismo come culto della bellezza e dell’arte fine a se stessa.
Il rapporto tra estetica e divinità fu poi evidenziato in modo diverso da Immanuel Kant nella Critica del Giudizio, nella quale il filosofo prussiano sostiene che giudizio estetico (che concerne il bello, ed è quindi inerente all’arte) e giudizio teleologico (che riconosce la finalità della natura come espressione della divinità) appartengano entrambi alla categoria dei giudizi riflettenti, ossia quei giudizi privi di valore conoscitivo e morale, che non ineriscono a proprietà appartenenti alla realtà, ma al rapporto tra oggetto conosciuto e soggetto conoscente (bello e finalità non sono quindi intrinseci all’universo, ma sono solo riconoscibili dal soggetto).
Fu però forse Friedrich Schelling colui che più diede importanza all’arte, reputando l’attività di produzione artistica come unica espressione dell’Assoluto, essenza dell’universo, identità tra Natura (l’ispirazione inconscia che soggiunge all’artista) e Spirito (l’opera compiuta consciamente dall’artista). Così l’uomo è l’unico ente capace di portare a compimento la somma sintesi e riportare nell’unità dell’Assoluto i due poli opposti il cui scontro è essenza del divenire universale, e questo anello di congiunzione tra conscio e inconscio, Spirito e Natura, consiste proprio nell’artista, figura profetica tra umano e divino.
Tale capacità unificatrice fu attribuita dal giovane Friedrich Nietzsche al popolo greco presocratico, capace di unire i due poli della realtà, apollineo e dionisiaco, razionale e irrazionale, nell’opera artistica della rappresentazione tragica, in cui la commistione tra l’aulicità del coro e la tragicità della scena recitata permette l’accettazione dell’insopportabile coscienza della natura duale della realtà, propria solo dell’oltreuomo, essere che trascende i limiti e il nichilismo del monismo umano e accetta l’esistenza come continuo scontro di polarità.
L’arte quindi si conferma come strumento che permette all’uomo il transumanare dantesco e il raggiungimento dello stato di divinità, ma questo solo se essa si propone di essere il pugnale volto a squarciare il velo di Maya e rivelare la vera natura delle cose.

– Riccardo Costantini